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Ambiente

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L'architetto dei boschi
Il cornabò, gigante di giugno
Elogio del pruno

L'architetto dei boschi

Da due mesi a questa parte la compostiera dell’asilo è presa di mira da tassi dispettosi. Prima riuscivano ad aprire lo sportello e a fare banchetti notturni. Quando è stato messo un fermo hanno preso l’abitudine di scavare sotto e attorno. Le visite avvengono un paio notti alla settimana e fanno molto disordine in quell’angolo di giardino. Tutto il vicinato conferma la presenza di tassi nella zona, c’è chi li ha visti trotterellare nel buio giù per la via Ganna. L’etologo ci ragguaglia in merito.



L’architetto nascosto dei boschi è il tasso, che ha imparato a vivere accanto a noi.

Se vi capita di passeggiare al tramonto lungo il margine di un bosco, in una campagna coltivata o persino alla periferia di una grande città europea (e quindi con una probabilità ancor più alta se gironzolate nei dintorni di Bedero Valcuvia...), potreste avere un vicino molto più interessante di quanto immaginiate. È il tasso europeo (Meles meles), uno dei mammiferi selvatici più enigmatici del nostro continente: schivo, prevalentemente notturno e raramente osservato, ma al tempo stesso sorprendentemente vicino alla vita dell’uomo.

Con il suo corpo massiccio, le zampe robuste dotate di robusti unghioni e l’inconfondibile maschera bianca attraversata da due bande nere, il tasso è spesso associato all’immagine del bosco antico. In realtà, la sua storia racconta qualcosa di più affascinante: quella di un animale capace di mantenere tradizioni familiari secolari e, allo stesso tempo, di adattarsi ai paesaggi profondamente trasformati dall’uomo. 


Un carnivoro che ama i lombrichi

Nonostante appartenga alla famiglia dei Mustelidi, la stessa di martore, donnole e lontre per intenderci, il tasso è molto diverso dai suoi parenti più strettamente predatori. È infatti un onnivoro opportunista.

Gran parte della sua dieta è costituita da lombrichi, che in molte aree europee rappresentano la risorsa alimentare principale. A questi si aggiungono insetti, frutti, ghiande, cereali, piccoli vertebrati e occasionalmente carcasse. La composizione della dieta varia notevolmente da una regione all’altra e persino tra le stagioni, una flessibilità che contribuisce al successo ecologico della specie. Studi condotti anche nell’area prealpina del Varesotto hanno evidenziato come il tasso sfrutti un’ampia varietà di risorse alimentari disponibili localmente.

Questa capacità di “mangiare ciò che il territorio offre” è una delle chiavi della sua straordinaria adattabilità...comprensiva dello sfruttare fonti di cibo semplici e ghiotte come gli impianti di compostaggio casalinghi (per altro ricchissimi di lombrichi, una vera e propria leccornia per i tassi…). 


Le città? Non sono più un problema

Per molto tempo il tasso è stato considerato una specie tipicamente forestale. Negli ultimi decenni, però, i ricercatori hanno documentato la sua crescente presenza in ambienti suburbani e urbani.

Quartieri residenziali ricchi di giardini, parchi urbani, aree verdi e terreni incolti possono offrire condizioni sorprendentemente favorevoli: suoli morbidi per scavare, abbondanza di lombrichi e una relativa assenza di grandi predatori. In diverse città britanniche, ad esempio, i tassi vivono stabilmente all’interno del tessuto urbano, utilizzando giardini, fasce alberate e corridoi verdi come vere e proprie autostrade ecologiche. Studi specifici hanno analizzato proprio la distribuzione delle tane di tasso in contesti urbani e suburbani, confermando la notevole plasticità ecologica della specie. Ma questo accade non solamente in Gran Bretagna: anche a Villa Baragiola a Varese i tassi si riproducono da diversi anni con una tana nei pressi della “Dacia”, lo chalet in legno in stile ungherese costruito nel 1932 che è situato sulla sommità del colle nel parco della villa.

Naturalmente questa vicinanza genera talvolta anche conflitti: scavi sotto recinzioni, danni ai prati o la presenza di tane vicino alle abitazioni possono creare attriti. Tuttavia, nella maggior parte dei casi, il tasso conduce una vita discreta e passa inosservato alla maggioranza dei residenti. 


Le città sotterranee dei tassi

Se c’è una caratteristica che rende davvero unico il tasso, è il suo talento da ingegnere, infatti le sue tane possono essere strutture straordinariamente complesse. Alcune comprendono decine di ingressi, camere sotterranee e centinaia di metri di gallerie. I tassi trasportano periodicamente all’interno delle tane grandi quantità di materiale vegetale per costruire giacigli puliti e confortevoli, mentre le lettiere vecchie vengono rimosse e sostituite regolarmente, creando così un ambiente ideale per il riposo e l’allevamento dei piccoli.

Ma l’aspetto forse più sorprendente riguarda la continuità nel tempo. In molte popolazioni europee, le stesse tane principali vengono utilizzate e mantenute da generazioni successive per decenni, talvolta per periodi che superano il secolo. Non si tratta semplicemente di rifugi: sono veri e propri patrimoni familiari. Ogni nuova generazione eredita una rete di gallerie scavata e ampliata dai propri antenati, contribuendo a sua volta alla manutenzione e all’espansione della struttura. La persistenza di numerose tane nel tempo è ben documentata dagli studi ecologici sul tasso europeo. In un’epoca in cui siamo abituati a pensare la fauna come nomade e vagante, il tasso ci mostra una forma di “attaccamento al luogo” sorprendentemente simile a quella delle comunità umane.

Ma le attività di scavo del tasso non influenzano soltanto la sua vita. Oggi gli ecologi considerano il tasso un vero e proprio “ecosystem engineer”, ovvero un ingegnere dell’ecosistema. Le sue tane offrono rifugio a numerose altre specie animali come, ad esempio, volpe ed istrice, mentre il continuo rimescolamento del terreno modifica la struttura del suolo e favorisce particolari comunità vegetali. Inoltre il consumo di frutti contribuisce alla dispersione dei semi nel territorio. 


Un forte senso della famiglia

Il tasso è anche uno dei carnivori europei più sociali. Molti individui vivono in gruppi familiari, talvolta definiti “clan”, che condividono territorio e tana principale. La composizione dei gruppi varia a seconda delle condizioni ambientali, ma i rapporti sociali possono essere complessi e duraturi.

Le tane comuni rappresentano il centro della vita sociale: qui si allevano i piccoli, si riposa durante il giorno e si mantiene una rete di relazioni tra individui imparentati. Questa organizzazione contribuisce probabilmente alla straordinaria longevità delle tane stesse, che diventano un elemento identitario del gruppo familiare. E per ribadire la “proprietà” del territorio i tassi utilizzano dei segnali visivi e olfattivi assai funzionali: le latrine. Sono piccole fosse scavate nel terreno che vengono utilizzate ricorrentemente per deporvi le feci e che fungono da punti di marcatura territoriale.


Il tasso nella cultura popolare: il tasso porcino e il tasso canino

Nelle tradizioni rurali il tasso era spesso visto come un animale saggio, tenace e quasi “antico”, capace di conoscere i segreti del sottosuolo. In altre aree era invece considerato un concorrente dell’uomo o una presenza misteriosa associata alla notte. La sua abitudine a scomparire nelle profondità della terra ha alimentato racconti folklorici e credenze popolari in gran parte d’Europa. Non è un caso che nelle fiabe e nella letteratura il tasso venga frequentemente rappresentato come una figura prudente, esperta e legata alla memoria dei luoghi.

Nella tradizione venatoria e gastronomica italiana si distingueva spesso tra “tasso porcino” e “tasso canino”. Non si tratta in realtà di due specie diverse, ma di una classificazione empirica utilizzata nel passato. Il cosiddetto tasso porcino era l’individuo nel periodo tardo autunnale ben alimentato con vegetali, ghiande, castagne e altre risorse forestali, più pingue e quindi considerato di carne più gradevole. Il tasso canino indicava invece animali nel periodo primaverile, smagriti, la cui carne era giudicata meno apprezzabile. In effetti oggi l’idea può apparire insolita, ma in molte regioni europee (e anche in molte zone d’Italia) il tasso veniva storicamente consumato come selvaggina. 


Custodi del tempo

Forse il tratto più affascinante del tasso non è la sua forza, né la sua abilità nello scavare. È il suo rapporto con il tempo.

Mentre gran parte della fauna lascia tracce effimere del proprio passaggio, il tasso costruisce opere destinate a durare generazioni. Le sue tane possono essere utilizzate, ampliate e tramandate per decenni, trasformandosi in autentici archivi viventi della storia familiare di un clan.

Ogni ingresso, ogni galleria e ogni camera sotterranea raccontano il lavoro accumulato da animali che non hanno mai conosciuto i propri antenati, ma che continuano a vivere nelle strutture che essi hanno costruito.

È una forma di eredità sorprendentemente simile alla nostra. E forse è proprio questo che rende il tasso così affascinante: sotto i nostri piedi, spesso a pochi chilometri da casa, esistono famiglie selvatiche che abitano gli stessi luoghi da generazioni, mantenendo vivo un legame con il territorio che attraversa il tempo.

 

Per i più curiosi

Marco Colombo. IL BOSCO DELLE MASCHERE - LA VITA SEGRETA DEL TASSO

2021. Pubblinova Negri Editore, 128 pp.

Intervista a GEO – RAI 3 all’autore del libro che mostra il suo scatto fotografico preferito al tasso (foto fatta a Cunardo)


10 luglio 2026, Adriano M.

Il cornabò, gigante di giugno

Per saperne di più sul coleottero gigante che ci ha fatto visita nella festa d'estate...


Quando, in una calda sera di giugno, qualcosa delle dimensioni di un piccolo passerotto ci sorvola con un volo incerto e poco efficace, accompagnato da un ronzio profondo e inconfondibile, la prima reazione è quasi sempre la stessa: stupore. Se poi l'insetto atterra vicino a noi, mostrando enormi “corna”, l'impressione è ancora più forte. È il cervo volante (Lucanus cervus), il più grande coleottero europeo e probabilmente uno degli insetti più spettacolari della fauna italiana.

Per molti decenni è stato considerato raro, quasi una presenza leggendaria. Eppure negli ultimi anni sempre più persone raccontano di averlo visto in giardini, parchi cittadini o boschi di pianura. E anche a Bedero Valcuvia la loro presenza sembra proprio essersi intensificata negli ultimi anni….e non è raro che ci accorgiamo di lui perchè, con il suo volo malgovernato, finisca contro una finestra, un lampione o atterri rovinosamente a terra...in genere a pancia all’aria.



Una taglia extra-large con le “corna”...

Con i suoi 8 centimetri di lunghezza nei maschi più grandi, Lucanus cervus è il più grande coleottero europeo. Le spettacolari “corna” che gli hanno dato il nome non sono ovviamente vere corna, ma mandibole enormemente sviluppate. Servono quasi esclusivamente ai maschi durante i combattimenti per conquistare le femmine. La scena ricorda sorprendentemente quella dei cervi veri: due maschi si affrontano, si afferrano con le “corna” e cercano letteralmente di sollevare e scaraventare l'avversario giù dal tronco o dal ramo su cui si trovano. Ma è un combattimento più spettacolare che violento. Contrariamente a quanto molti credono, il cervo volante è praticamente innocuo per l'uomo. Un maschio può pizzicare con le mandibole, ma la forza esercitata è modesta. La femmina, che possiede mandibole più corte ma molto più robuste, può invece infliggere una "pinzata" più energica se viene afferrata. Lo sanno bene anche alcuni gatti domestici troppo curiosi, che talvolta si ritrovano una determinata femmina saldamente aggrappata alla zampa.



Una vita nascosta, grazie agli alberi morti

La vera vita del cervo volante non è sopra gli alberi, ma per la gran parte del tempo si svolge sotto terra. Le larve vivono infatti nascoste nel legno marcescente delle radici di querce, castagni, faggi e altri alberi decidui, nutrendosi esclusivamente di legno ormai in decomposizione. Questa fase può durare da tre fino a sei anni, a seconda del clima e della disponibilità di nutrimento. L'adulto, invece, vive pochissimo: generalmente poche settimane. Gli adulti sono prevalentemente crepuscolari e di giorno rimangono nascosti per evitare predatori e disidratazione mentre, nelle sere calde di giugno e luglio, iniziano a sorvolare i boschi alla ricerca di partner e i maschi possono percorrere alcune centinaia di metri in una sola notte. In pratica, oltre il 95% della vita dell'animale trascorre completamente nascosto agli occhi dell'uomo. Può sembrare un paradosso, ma per proteggere il cervo volante occorre lasciare nel bosco una parte del legno morto, evitando di rimuovere ceppaie e tronchi solo per ragioni estetiche. Il cervo volante appartiene infatti al gruppo dei cosiddetti insetti saproxilici, cioè quegli organismi che dipendono dal legno morto. Per decenni, nella gestione forestale tradizionale, tronchi caduti, ceppaie e alberi morti venivano sistematicamente rimossi perché ritenuti “sporchi”, inutili o persino dannosi. Oggi sappiamo che il legno morto o marcescente rappresenta uno degli ecosistemi più ricchi di biodiversità dei nostri boschi. Una singola grande ceppaia può infatti ospitare centinaia di specie di funghi, insetti, acari e microrganismi. L'Italia possiede oggi molta più superficie forestale rispetto a un secolo fa. L'abbandono di numerose aree agricole e montane ha favorito la ricolonizzazione spontanea dei boschi. Boschi più maturi significano infatti una maggiore disponibilità di ceppaie, radici e legno in decomposizione: proprio l'habitat ideale per le sue larve.



Perché oggi il cervo volante è tornato

Dal 1992 il cervo volante è inserito negli allegati della Direttiva Habitat dell'Unione Europea, il principale strumento legislativo europeo per la conservazione della biodiversità attraverso la tutela degli habitat naturali e delle specie di interesse comunitario. Questo ha favorito programmi di monitoraggio, tutela degli habitat e maggiore attenzione nella gestione delle foreste. In molte aree italiane le popolazioni risultano oggi stabili e talvolta anche abbondanti, come dimostrato in alcune riserve forestali della Pianura Padana.

Le testimonianze storiche sulla sua presenza sono meno numerose rispetto a quelle relative ad altri insetti come lucciole o cicale, tuttavia in Lombardia e in gran parte dell'Italia settentrionale il cervo volante era ben conosciuto. In Lombardia occidentale (milanese, varesotto, comasco, parte della Brianza) e anche nel Canton Ticino è conosciuto con il curioso nome di cornabò, un termine dialettale la cui origine non è del tutto chiara. È però evidente il riferimento alle grandi “corna”, che in realtà sono le enormi mandibole dei maschi, che alimentarono numerose credenze popolari. In alcune aree rurali veniva considerato un insetto che “pizzica” le dita dei bambini, un modo con cui gli adulti scoraggiavano i più piccoli dal raccogliere insetti sconosciuti. In altre tradizioni alpine era ritenuto un animale “del temporale”: la sua comparsa nelle sere afose veniva interpretata come presagio di pioggia. In realtà la coincidenza deriva semplicemente dal fatto che il suo periodo di attività coincide con le calde serate estive, spesso seguite da temporali.

Così, quando nelle prossime sere d'estate vedremo questo grande coleottero attraversare goffamente il cielo del nostro giardino, potremo ricordare che quel breve volo è il capitolo finale di una storia iniziata molti anni prima, nel silenzio di una vecchia quercia che lentamente tornava alla terra. Di fatto il messaggio che ogni cornabò che incontriamo nelle sere di giugno indirettamente ci lascia è che il bosco sta funzionando come dovrebbe: un ecosistema ricco e capace di trasformare anche il legno morto in nuova vita.

 

3 luglio 2026, Adriano M.

Elogio del pruno

Il pruno di via Marconi è un trovatello. Cresciuto spontaneamente da un nòcciolo sputato distrattamente da un passante, dicono alcuni. Altri hanno raccontato che è stato trapiantato lì per compassione, quando era ancora un  alberello piccolino, poiché doveva essere eliminato da un giardino più ordinato.

 

È un albero senza credenziali, venuto su un po’ a caso. Non è una varietà selvatica vera e propria, nemmeno una varietà coltivata. Viene da una fecondazione casuale tra l’una e l’altra, ha ereditato un vigore selvatico, ma anche la capacità di fare frutti dolci e buoni, sebbene piccolini.

 

Il pruno in questione è un abusivo. Il terreno e il rudere un proprietario ce l’hanno, ma abita all’estero e non si vede mai. Così è l’albero a farla da padrone.

 

Il nostro pruno ha una caratteristica speciale: è precocissimo. Già dalla scorsa settimana è in piena fioritura. La foto lo ritrae nel buio, quasi risplendente. Nelle giornate di sole risuona del ronzio di mille api indaffarate. Mentre si cammina per via, ancora distanti, si è investiti inaspettatamente dall’onda del suo profumo. Insomma, è una gioia per i sensi.

 

È un albero umile, tenace e generoso. Sebbene venga periodicamente potato dei rami più bassi perché non disturbino il passaggio dei mezzi sulla strada, non se ne duole troppo. Offre a primavera incipiente lo spettacolo della sua fioritura e in estate i suoi frutti gialli e succosi, a portata di mano di chi passa per strada.

 

La bellezza salverà il mondo.


13 marzo 2025*, Laura V.
* per i milanesi è il tredesin de marz

Post scriptum - Questa è la foto del giorno dopo, scattata la sera del 14 marzo: il pruno sopporta il peso di una nevicata inaspettata e tardiva


Affrontare il male
senza mormorare

Con pazienza e gioia
saper sopportare

Aver vinto su te stesso
Sappi, questa è la letizia 

da La predica della perfetta letizia,
nell'album  L'INFINITAMENTE PICCOLO
di Angelo Branduardi, dedicato a San Francesco

Pro Loco Bedero Valcuvia - Pzza Vittorio Veneto, 9, 21039
Bedero Valcuvia (Va) - Italia 

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