Nel presente

ARCHIVIO 2023

ASD Berti, 53 anni in bici

Cari amici, fare un riassunto dell’attività di cinquantatré anni forse richiederebbe molto più spazio… ma cercheremo di farla breve.

Partiamo dall'intuizione del nostro patron, Renato Berti, e di Donato Zampini. L’idea fu di dare vita a un gruppo sportivo ciclistico in Valcuvia e precisamente a Cuveglio, dove il buon Renato aveva un'attività commerciale, il Dancing Canonica, che fu il primo sponsor del gruppo nel 1971. Leonardo Zampini era stato un discreto corridore professionista e, grazie a lui, fu facile reclutare quegli atleti che, avendo finito la carriera professionistica, volevano continuare a gareggiare a livello amatoriale, sempre sotto la Federazione Ciclistica Italiana, FCI.

 

Nacque così il nostro gruppo, che comprendeva tra gli altri Sezzardi e Conterno, con una struttura semi-professionistica, con tanto di ammiraglie, direttore sportivo e medico, che vinse e partecipò a vari campionati nazionali, vincendone uno a Potenza con Conterno.

Parallelamente nacque anche una squadra femminile e nel 1976 si organizzò un campionato nazionale a Cuveglio, che catalizzò l'interesse di tanti tifosi.

 

Dopo questo evento, tanti corridori smisero l'attività. Ma ecco arrivare i cicloturisti, quelli che siamo noi ora. All'attività agonistica, si affianca quella più alla portata di tutti, fatta di raduni, passeggiate e raid in giro per l'Italia e fuori. Attività che ha portato a tre titoli regionali, cinque provinciali e varie partecipazioni ai campionati nazionali di cicloturismo.

 

In tutti questi anni, anche il nostro gruppo ha sempre organizzato raduni cicloturistici. Uno di questi sempre a Bedero, in memoria dello storico gestore del circolo, Martino Martinoli.

Il circolo di Bedero era diventato la nostra sede per le riunioni del venerdì sera.

 

Il tempo però passa per tutti, e nel 2014 anche il nostro cavalier Berti ci ha lasciati. Ma il gruppo ha voluto continuare a portare il suo nome, mentre la sede si è spostata, sempre in Bedero, ospite della vecchia sede degli Alpini, dove tuttora ci vediamo tutti i venerdì per pianificare la nostra attività.

 

Certo, i tesserati non son più tanti come un tempo. Il Covid purtroppo lasciato il segno anche nel nostro gruppo, portandosi via qualche amico. Ma cerchiamo di continuare a portare avanti la nostra attività e piano piano stiamo tornando alle vecchie abitudini, sempre con il solito entusiasmo.

 

Da ultimo, un ringraziamento alle istituzioni di Bedero, Comune, Alpini, Pro loco, circolo, che in questi anni ci sono stati vicini e di cui ci sentiamo parte.

 

Grazie di tutto


8 giugno 2024, ASD Berti

Fiandre valcuviane

Qui il sito ufficiale della randonnée Varese Van Vlaanderen


Una buona occasione per ravvivare la tradizione ciclistica bederese

 

Erano gli anni '80 e Bedero, nel periodo ferragostano, era in fermento. Non solo per gli allegri e spensierati festeggiamenti concentrati, come da tradizione, nella piazza del paese. Era anche l'occasione di poter seguire un gruppo di appassionati, giovani e meno giovani, sfidarsi nelle strade locali in sella alle loro biciclette da corsa. Una cronoscalata da Masciago alla piazza di Bedero, una cronometro nel circuito (ancora privo della ciclabile) Cunardo, Ghirla, Ganna... e via di questo passo, con qualche stimolante variazione di anno in anno: un cambio percorso che faceva discutere tutti con grande fervore, una mappa con le escursioni altitudinali del circuito, preparata dai fratelli Favaron, villeggianti di quel tempo... e via di questo passo. Ogni variante organizzativa era sempre un'occasione di confronto e dibattito. Per non parlare delle escursioni domenicali, che radunavano ampi gruppi di ciclisti anche dai paesi limitrofi, grazie anche all'attrattività della storica società Berti.


Ma la passione per le due ruote si radica ben più in là nel tempo: le scritte "W Coppi" su alcuni muri del paese, il passaggio del Mondiale di Ciclismo nel 1951 (vinto dallo svizzero Ferdinand Kübler) che radunò frotte di tifosi sulla salita di passaggio degli atleti, dal bivio di Masciago sino all'attuale fermata dell'autobus. Poi negli anni il tutto, ahimè, è un po' sfumato.


Quest'anno però avremo l'occasione di rinverdire questi passati fasti ciclistici. Il 16 giugno 2024 infatti transiterà da Bedero, tra le 9:30 3 le 11:30 circa, la Varese Van Vlaanderen, una escursione non competitiva che si ispira chiaramente, sia con il suo percorso sia per le sue difficoltà ciclistiche, al celeberrimo Giro delle Fiandre (il cui nome originale è appunto Ronde Van Vlaanderen). Da Bedero transiteranno gli appassionati di biciclette gravel, quelle che coniugano caratteristiche da strada e da sterrato, e nella corte dei Tavi la Pro Loco, in collaborazione con i promotori della manifestazione, organizzerà uno dei due punti di ristoro previsti per i partecipanti.



Il tracciato per questa edizione della Varese Van Vlaanderen Gravel è di 62 chilometri, con un dislivello di 740 metri, e porterà i ciclisti a pedalare nella parte settentrionale della provincia di Varese, dopo la partenza da Cittiglio.

Una bella occasione per rendere ancor più variopinto il nostro paese.


24 maggio 2024, Adriano M. 

L'asilo è verde

Verde speranza - L’anno scolastico che si avvia a conclusione è iniziato con tanti progetti, ma pochi bambini: solo sei. In corso d’anno altri tre si sono aggiunti alla squadra.

Per l’anno prossimo, abbiamo raggiunto quota sedici iscrizioni, di cui cinque nella sezione Primavera, per i piccoli che hanno compiuto 2 anni.

Ci siamo impegnati ad offrire, a partire dall’anno prossimo, un post scuola dalle 16 alle 18. Questo potenziamento del servizio ha incontrato il favore delle famiglie, poiché è un servizio unico nel circondario.

 

Green school - La nostra scuola è impegnata sul fronte della sostenibilià ambientale.

I bambini sono educati al risparmio dell’acqua e del cibo: bevono durante il giorno da una borraccia personale, l’acqua che avanza a fine giornata viene utilizzata per innaffiare le piantine; il cibo viene loro somministrato in piccole dosi, consumate le quali possono accettare un bis e anche un tris, senza scarti di cibo nel piatto. In classe, separano i rifiuti negli appositi cestini e ogni giorno, a turno, si incaricano di portare gli scarti di cucina nella compostiera. Tutti assieme hanno partecipato al recupero del compost e con palette e secchielli lo hanno distribuito come fertilizzante nell’orto didattico.

Nell’area verde dell’asilo, abbiamo piantumato. Il taglio dell’erba è stato effettuato in modo da risparmiare “isole di biodiversità”, dove le piante erbacee si sviluppano fino a completare il loro ciclo, per favorire la disseminazione e conservare un ambiente idoneo agli insetti e agli invertebrati del terreno. Nell’orto didattico si è realizzata la pacciamatura verde, per una maggior protezione del suolo e dei suoi abitanti.

Abbiamo realizzato il progetto “Giovani Guardiani Verdi”, per includere non solo i bambini, ma anche i loro genitori e i membri della comunità, organizzando tre eventi, l’8, il 9 e il 16 marzo: piantumazione nel giardino dell'asilo, piantumazione nel bosco della Madonnina degli Alpini e festa della comunità nel giardino dell'asilo, durante la quale abbiamo raccolto fondi per la piantumazione in un orfanotrofio del Burkina Faso 

17 maggio 2024, dall'asilo

Circolo bene comune

Pensando a ieri


Il circolo non è un bar qualunque. Ha una storia di condivisione e di partecipazione, che appartiene alla memoria collettiva e alla comunità. Eppure la storia del circolo non è mai stata raccontata, né è stata raccolta una documentazione.

Il circolo nasce nel ’46, precisamente il 28 luglio 1946.
In precedenza, il locale che lo ospita era stato adibito a Casa del fascio. Alla fine del regime, dopo la guerra, c’è forte nel paese l’esigenza di un luogo di ritrovo. Gli uomini del paese se lo costruiscono, se lo inventano. Si ricorda in paese che furono tre i più impegnati nel progetto: il Carlo, l’Attilio e il Pepinett. La cantina sotto il locale, per esempio, viene scavata a mano da un gruppo di amici capeggiato dal Carlo.



È divertente scoprire che in tutte le famiglie c’è stato qualcuno che l’ha gestito.

All’inizio ci si alterna dietro al bancone addirittura con cadenza settimanale. La persona di riferimento, che dura in carica più a lungo, è il cantiniere, che si occupa dell’approvvigionamento. Tra i cantinieri che si sono avvicendati, quello che viene citato più spesso è il Pino Sarachet.

Poi la gestione cambia: gli aspiranti gestori concorrono, definendo la loro richiesta di remunerazione in termini di percentuale sugli incassi. Vince la gara chi chiede la percentuale minore. Con questo sistema i gestori si alternano con minore frequenza, ma comunque ciascuno dura in carica per periodi limitati, da qualche mese a qualche anno.

Bisogna inoltrarsi negli anni ’70 per vedere una gestione stabile; quella di Virgilio ed Enza, per intenderci. A questo punto il circolo si trasforma in un bar vero e proprio, ma gli avventori continuano ad essere gli stessi di prima, e l’abitudine alla socialità e alla partecipazione prosegue.

Gli uomini si ritrovano al circolo, esprimono le loro opinioni e le loro proposte; chi ambisce ad amministrare il paese trova al circolo la tribuna per presentarsi e per proporsi. Così nasce, per esempio, il gruppo di giovani che viene eletto e gestisce il Comune per un quinquennio negli anni ’80, con un sindaco appena trentenne, Danilo.

All’inizio le donne non frequentavano abitualmente il circolo. Cominciano con Enza, per diventare via via una presenza importante.

Il circolo è come una casa, ci si ritrova come in famiglia. È un luogo interclassista: ci trovi il povero e il ricco. È un luogo solidale: il tipo bevuto che si addormenta accanto alla stufa viene accompagnato a casa dal vicino. È un luogo creativo e ricreativo: capita che ci suoni la bandella, e che ci siano musica e canti.

Strano che non vi sia un archivio che documenti questo passato, ma solo una appannata memoria orale: il circolo era davvero una istituzione molto sentita, da tutti.

Si può quindi affermare a buon motivo che non è un bar qualunque.


Riflettendo sull’oggi


Non un bar qualunque per la sua storia, anche se, un po’ a malincuore, di fatto è solo un bar, sebbene nel mio desiderio dovrebbe tornare ad essere un punto di incontro.

È l’ultimo rimasto in paese. Cerca di restare aperto il più possibile, di offrire un servizio basico di approvvigionamento alimentare: puoi ricorrervi, per esempio, quando rimani senza pane, oppure finisci il sale o lo zucchero.

Al circolo si può venire anche senza consumare: puoi affacciarti per vedere se c’è qualcuno, fermarti a fare quattro chiacchiere, giocare a carte. Se dopo le chiacchiere ti si secca la gola e bevi qualcosa, sono anche più contenta… ma non è obbligatorio, sia chiaro.

Nel corso del tempo si è ridotto di molto l’uso di questo locale. Davvero mi piacerebbe che tornasse l’ambiente animato che era: è un desiderio sospeso, il mio.

Ci sono diverse tipologie di avventori. C’è un gruppo di trentenni e qualche irriducibile giovane del tempo che fu. Ci sono le “signore del circolo”, un gruppo che non rinuncia al rito del caffè o del tè: menzione speciale alla loro voglia di socialità. Capita spesso di vedere generazioni a confronto.

Manca la fascia d’età più giovane, al di sotto dei trent’anni: da qui, i giovani del paese non sono visibili.


 

Il circolo ha delle potenzialità: è l’unico luogo sociale del paese, ha spazi esterni e una bella vista, il locale è carino, anche se dev’essere un po’ rinnovato. Il personale spero sia all’altezza: nel primo orario di apertura quotidiana il personale è femminile (dalle 7.30 alle 13.30) e nel secondo orario, maschile (dalle 16.30/17.00 alle 23.30).
Il giorno di chiusura è il lunedì.

Il problema è che risulta un po’ nascosto: manca una indicazione e non è possibile posizionare in paese un cartello personalizzato. Insomma, se non sai che c’è, non lo trovi.

Io sono arrivata a gestire il circolo un po’ per caso, e subito ho avuto una lunga battuta d’arresto per la pandemia. Mi ci sono trovata ad una età in cui è difficile reinventarsi, ma insomma ci ho provato.

Mi piace chiamarlo ancora il circolino, come nei miei ricordi di bambina, quando accompagnavo il nonno a bere il suo Campari e vedevo la gente che si accalorava al gioco delle carte e che parlava quel dialetto che ormai è raro sentire. Poi, più grande, venivo con gli amici, facevamo le ore piccole e le facevamo fare anche a Enza. Adesso sì, che la capisco, povera!

Continuo a chiamarlo il circolino anche se, per logiche burocratiche, con l’ultima apertura abbiamo dovuto cambiarne il nome. Pochi lo sanno, ma il nome attuale è Osteria 7.1. Il nome è un richiamo al numero romano LXXI, che rappresenta il mito della fenice che risorge dalle sue ceneri.

Io a reinventarmi ci ho provato, adesso proviamo a reinventare il circolo!

 

Mi piacerebbe che questa storia si arricchisse. Invito chiunque avesse documentazione o racconti da portare, utili a far luce sulla storia del circolo, a contribuire. Sarei molto felice di raccogliere altri materiali e a valorizzarli.
Quindi attenti: se ci sono cose che non sono state dette e meriterebbero menzione, fate arrivare al circolo o alla Pro loco contributi e suggerimenti.

 

 

26 aprile 2024, Maria Luisa M.(messa alle strette da Laura)
Danilo V. ha ritrovato e proposto l’atto di fondazione; la foto della bandella è di Alberto B.: ringraziamo entrambi


Un gesto grigio, senza futuro

Domenica mattina siamo saliti alla Madonnina per vedere come stavano le giovani piantine, a un mese circa dalla loro messa a dimora. Con nostra grande sorpresa, le abbiamo trovate divelte, vicino al luogo del trapianto, con le radici esposte all'aria. Intorno nessuna traccia di animale, né erosione, da parte degli ultimi acquazzoni, delle buche in cui erano state posizionate. Le piante erano integre, con tutte le loro gemme, alcune già aperte, ma adagiate al suolo. Inequivocabilmente strappate al terreno da mano umana.

È un gesto che fatichiamo a comprendere.
Semplice vandalismo?
Un dispetto mirato? Ma rivolto a chi?
All'asilo o alla Pro loco, che hanno sostenuto l'iniziativa?
Alle persone che hanno direttamente partecipato?

Davvero ci è difficile trovare un senso. In ogni caso, un'azione un po' vile. Un gesto grigio, senza futuro. 

12 aprile 2024, Gabriele K.

Otto marzo bederese

Le signore del circolo: ci piace chiamarle così. Si ritrovano più volte la settimana a metà mattina, si accomodano ad un tavolino e fanno colazione assieme, chiacchierando.

Oggi piove, qualcuna non è venuta. Ma qualcun’altra ha affrontato il maltempo per onorare l’appuntamento. Si parla dell’8 marzo.

 

Il tema di oggi è il ruolo della donna nella società, che è cambiato nei decenni trascorsi. Come è stato vissuto a Bedero questo mutamento?
Per esempio, le donne al circolo…

 

Le donne hanno cominciato a frequentare il circolo per incontrarsi tra loro all’inizio degli anni ’80, all’incirca. La presenza della Enza al bancone le faceva sentire a loro agio.  Passavano la mattina per un caffè e poi si ritrovavano il pomeriggio a lavorare tutte assieme. Ricordo l’Alba, l’Eugenia, la Bambina…

Prima no, il circolo era frequentato solo dagli uomini, qualche signora li accompagnava, ma solo nei giorni di festa. A noi ragazze degli anni ’50 e ‘60 non veniva in mente di entrare al circolo. Piuttosto, se avevamo il coraggio di trasgredire un divieto, era piuttosto il Crotto la nostra meta, perché là si ballava.

 

Io da ragazza ci ho lavorato. Mio papà era il cantiniere, mia mamma ed io aiutavamo al bancone. Avevo diciassette anni e facevo una vita durissima, lavoravo e basta. Mia mamma era molto rigida, mio papà più comprensivo:
’Na tosa, a stà semper il cà, la pö mia truà ul murus!

Una volta i genitori erano troppo severi. Mia mamma mi ha punito perché le hanno riferito che, dopo il lavoro, mi ero fermata a giocare a bandiera in piazza cumè un masciott… Voleva che mi sposassi a Bedero e ho dovuto accontentarla. Poi sono stata la prima, qui in paese, a dividermi e a divorziare.

 

Una volta era difficile dividersi dal marito. Non lo si faceva per paura: la donna in genere non aveva occupazione e si chiedeva: come faccio poi a mantenermi? E poi c’era la paura del biasimo, della maldicenza. Io mi ricordo quand’è capitato che qualcuno divorziasse: era una critica generale.

Poi c’è stato il referendum sul divorzio. Io non ho avuto problemi ad accettare la legge sul divorzio, tanto la gente cominciava già a dividersi. Con la legge, c’è stata maggiore tutela.

 

Se da giovane avessi avuto maggiore libertà, avrei fatto qualcosa di diverso? Non so… la sottomissione che avevi nei confronti dei genitori, che ti ponevano molti divieti, poi diventava soggezione al marito. Senza che ci fosse disaccordo, ho dovuto fare qualche rinuncia, perché lui aveva delle passioni che io non condividevo, e non mi assecondava nelle mie. Be’, credo che se mi fossi sentita più libera sarei andata più spesso a ballare. Ci sarei andata anche da sola.

 

Ma la soggezione delle donne al marito, spesso, era solo di facciata. C’erano donne di polso, proverbiali per la loro forza di carattere. Una volta entrai al circolo, quando non era ancora l’uso, per raggiungere mio marito e unirmi un po’ al suo gruppo. Mi guardarono entrare e qualcuno commentò scherzosamente: la riva la Carulina…

La Carolina era famosa perché si affacciava al circolo per reclamare il marito, quando faceva tardi o quando beveva un po’. E gli faceva una piazzata: purscel!

 

Fino a dieci, vent’anni fa l’8 marzo era una ricorrenza più sentita: noi donne uscivamo a mangiare tutte assieme; a volte eravamo così numerose, che si formavano due gruppi.  Com’è che adesso non lo facciamo più?

 

La domanda è rimasta sospesa nell’aria. In questa società, con questo ruolo, che ci è riconosciuto oggi in modo differente rispetto al passato, perché le consuetudini dell’8 marzo si sono spente?
Ciascuna cercherà la sua risposta, oscillante tra due estremi opposti: perché non c’è più bisogno / perché non ci crediamo più.

8 marzo 2024, la discussione è stata trascritta da Laura V., affiancata da Maria Luisa M.

Giada, quanta strada!

Oggi Giada, la nostra campionessa di Mountain Bike, compie 18 anni e si trasferisce dalla Ju Green Gorla Minore, la squadra che l’ha vista crescere, nel nuovo prestigioso team della Scott.
L’avrete vista senz’altro sfrecciare attraverso il paese, in uno dei suoi allenamenti: sempre lanciata, mai ferma…
Qui ci racconta la sua passione e la sua intensa carriera agonistica.

 

Fin da piccolissima uscivo spesso in bici con i miei genitori. Quando non avevo completa autonomia di guida, mio papà agganciava la mia mini-biciclettina, facendola diventare un tutt’uno con la sua. Sinceramente, non avrei mai pensato questo hobby si trasformasse in uno sport vero e proprio.

Da ragazzina ho cominciato a uscire in bici più spesso, seguendo gli allenamenti di mio fratello Valerio, che già praticava MTB a livello agonistico, e dei suoi amici.

Inizialmente non fu facile: non ero per niente abituata alla guida su percorsi tecnici e cadevo frequentemente, trovavo le salite molto impegnative. Insomma, facevo molta fatica, ma sentivo che c’era qualcosa di veramente magico nello stare in sella, che mi dava serenità e allegria nonostante la fatica. Così non ho più smesso.

 Non credo di avere doti particolari, ciclisticamente parlando, ma mi rendo conto di essere migliorata moltissimo negli anni sulle parti tecniche, che prevedono una guida attenta e precisa della MTB. Se ricordo l’approccio del primo anno, mi viene da sorridere: quelli che allora mi sembravano passaggi impossibili, ora non mi rendo conto neppure di farli, talmente mi vengono naturali. Molto semplicemente, amo tantissimo pedalare e mi diverto moltissimo in bici: forse è questa la mia arma vincente, nonché una buona base per cercare di fare bene.


Quando si vince una gara, le emozioni sono davvero tante: felicità, entusiasmo, soddisfazione nel vedere che i sacrifici che si fanno durante l’anno hanno un loro esito positivo. Quando invece una gara non va per il verso giusto, un po’ di delusione si prova sempre, ma se in una gara hai dato il massimo e hai fatto tutto quello che potevi, non c’è ragione per recriminare o essere triste o arrabbiata con te stessa. Semplicemente devi rimetterti in gioco, capire cosa non ha funzionato, porvi rimedio, contribuire a fare in modo che arrivi il momento giusto.

Dicono che io sia molto competitiva in gara. In realtà considero tutte le ragazze che corrono nella mia categoria, ancor prima che avversarie, delle vere amiche. Sono ragazze con cui trascorro la maggior parte del mio tempo in prova percorso, a volte in allenamento, nel pre e post gara. Mi confronto spesso con loro, parliamo di molte cose, non solamente ciclistiche. Devo dire che nella comunità delle biker e più in generale nel movimento della MTB e dell’off-road mi trovo davvero benissimo. Apprezzo poi come qualità importante, che ritrovo in quasi tutti i biker, il rispetto e la riconoscenza che tutti dimostrano gli uni verso gli altri.

 

 

A proposito di competizioni, ho un bel ricordo legato a una delle prime gare che vinsi, ossia il Campionato Provinciale di Varese, che si svolse a Cuasso al Monte, una località che è diventata anche molto attrattiva per i biker in generale, grazie ai percorsi che sono stati creati in zona. Quella gara la considero una delle più importanti per me, perché fu l’inizio di una serie di piccoli e grandi obbiettivi che riuscii a ottenere, passo dopo passo. Recentemente, l’aver rappresentato il nostro Paese, vestendo la maglia azzurra ai Campionati europei di MTB di Anadia (Portogallo) e ai Campionati mondiali di Glasgow (Scozia) è stata una gioia e una soddisfazione immensa.


Mi ricordo molto bene – ed è ancora una grande emozione raccontarlo – quando ci contattarono la prima volta dallo staff del settore tecnico della Nazionale. Stavo tornando a casa da una gara e il mio allenatore mi disse: “Giada, sai che ti convocheranno per uno stage con la Nazionale?”. Era il primo di aprile 2023, e io pensai ad un pesce d’aprile… Ma un paio di giorni dopo arrivò la comunicazione ufficiale della FCI e io provai davvero una grandissima emozione. Però ci tengo a dire che non è cambiato nulla da allora, io sono sempre me stessa. Ovviamente ho avuto l’opportunità di maturare e aumentare la mia esperienza. Forse l’aspetto più importante è che ho acquisito più fiducia in me, perché è grazie a questi riconoscimenti che ho capito che qualcuno ha visto in me delle potenzialità e mi ha dato fiducia, anche per l’impegno che cerco di metterci.

 

E la scuola? Eh be’, questo è un po’ il punto dolente, nel senso che è sempre stato molto difficile incastrare tutti gli impegni, cercando di fare tutto al meglio: seguire le lezioni a scuola, cercando di perderne il meno possibile, studiare quanto serve, a casa nelle ore libere, organizzare le trasferte per le gare, in particolare quelle all’estero, che prevedono sempre qualche giorno in più, e poi gli allenamenti… Insomma, a volte mi faccio prendere un po’ dall’ansia, ma è anche vero che, se qualcosa ti piace e ti entusiasma e vuoi farla a tutti i costi, trovi sempre il tempo di fare tutto, anche se ciò richiede molti sacrifici. È difficile rinunciare alle uscite con le amiche, alle feste nel weekend, altrettanto difficile è studiare la sera per recuperare i contenuti delle lezioni perse. Ma nel momento in cui hai riscontri positivi, capisci che ne è valsa la pena. 

Ora lascio la squadra che mi ha visto crescere, la Ju Green, dove ho tantissimi amici ed amiche.

Per me il 2024 sarà una nuova importante avventura. Avrò nuove e nuovi compagni di squadra, nuove MTB, nuova divisa, obbiettivi diversi e forse anche più sfidanti. Un mondo tutto nuovo, in parte da scoprire ed esplorare, che spero possa farmi crescere e farmi acquisire nuova esperienza. Come dico sempre, non mi pongo degli obbiettivi specifici: vedo come sto e come va, giorno dopo giorno, settimana dopo settimana e quando inizierà la stagione agonistica, come ho sempre fatto fino ad ora, darò il massimo di testa, di gambe e di cuore.
E poi si vedrà se c’è qualcosa ancora da sistemare, eventualmente.

  

6 febbraio 2024, Giada M.

L'aggiustatutto

In piazza Elia Martinoli, chiacchieriamo con Stefano, nel suo piccolo mercato dell’usato 

Il negozio e il negoziante
Devo ringraziare il Comune di Bedero per la sollecitudine con cui i cittadini mi propongono gli oggetti usati. Se lo smaltimento non costasse loro denaro…

Se ci fosse un’isola ecologica?

A me non arriverebbe più niente!

 

Comincia con un sorriso e una battuta il colloquio con Stefano. Alla fine, avremo capito che l’importanza di questo esercizio nel paese non è tanto quella del commercio di oggetti di seconda mano, ma il prezioso aiuto che Stefano, con gentilezza e pazienza davvero disinteressate, offre a chiunque passi nel suo negozio. Stefano l’aggiustatutto si ingegna nel trovare soluzioni ai più diversi problemi pratici ed è sempre disponibile ad ascoltare, qualunque sia l’istanza.

 

Ho la fortuna di essere nato in un tempo e in un contesto in cui era normale imparare a fare cose con le mani, le più svariate. Ho acquisito queste abilità fin da bambino. Poi ho fatto il fotografo per quarant’anni e ho maturato professionalità in quel campo, familiarizzando con le tecnologie che man mano si facevano strada. Adesso motivi di salute mi impediscono di fare molte delle attività che svolgevo una volta. Mi concentro sulla cura di oggetti piccoli, che non richiedono impegno fisico, ma precisione e pazienza.

 

È un freddo pomeriggio di gennaio. In un’ora, nel negozio di Stefano passa un ragazzino che vorrebbe lasciargli da vendere un mitra giocattolo (rifiutato: “Di giocattoli non ne voglio sapere”), un signore che ritira un aspirapolvere riparato, Marinella che deve ricaricare gli accendini, Maria Teresa che porta a cambiare le pile alcuni orologi e si fa aiutare a sostituire la cartuccia della stampante.

 

Lo spazio del negozio è molto ridotto dalla profusione degli oggetti in mostra. Ci sono armadi e credenze del secolo scorso, stipati di servizi di ceramica e porcellana, soprammobili, attrezzatura da cucina d’antan. E poi scaffali e scaffali, con merci delle più diverse categorie merceologiche, dai piccoli elettrodomestici, talvolta mai usati e riposti ancora nelle confezioni originali, magari ricevuti in regalo in doppia copia, ad alcuni pezzi davvero curiosi, di cui è difficile riconoscere l’origine e la funzione: uno sparasiringhe per fare da sé le iniezioni, quando ancora le siringhe erano di vetro e venivano sterilizzate nel pentolino, un martello di legno per la torta sbrisolona, un arnese massiccio che serviva a filettare i tubi idraulici fino agli anni ’60… Per ciascuna di queste chicche, Stefano è pronto a raccontare una storia.

 

Quella volta che accolsi in visita i bambini dell’asilo… C’era più spazio, allora. Li feci sedere qui, tutti in cerchio, e mostrai loro gli oggetti che non avevano mai visto in vita loro. Fu un grande successo il telefono a rotella, un grande divertimento provare a comporre i numeri, infilando nei buchini le piccole dita. E quando mostrai le cartoline, raccontai che si faceva così a mandare i saluti a un amico: scrivevi ciao, affrancavi, imbucavi, e l’amico riceveva una o due settimane dopo. E se ti rispondeva, ecco che magari la sua missiva ti arrivava dopo un mese. Erano increduli.

 

Provenienza degli oggetti

Molte persone del paese mi portano gli oggetti vecchi, che si ritrovano in casa e vorrebbero eliminare. Nove su dieci non hanno valore, ma ogni tanto qualcosa di interessante può saltare fuori.

La cosa che mi dà più soddisfazione è prendere oggetti usati non più funzionanti, ripararli e offrire loro una seconda vita. Gli oggetti di maggior valore li prendo in conto vendita, come questa bella macchina da scrivere che c’è qua ora.

 

Acquirenti

Qualcuno ogni tanto viene a cercare un oggetto usato per rimpiazzare qualcosa che gli manca o che si è rotto: un piccolo elettrodomestico o un attrezzo, un servizio di piatti o utensileria da cucina.
Gli acquirenti più importanti, però, sono colleghi più attivi di me, che si specializzano in ambiti precisi e gestiscono mercatini o commerci on line. C’è chi tratta ceramiche, chi oggetti militari, chi orologi…

Con cadenza settimanale o quindicinale, ricevo una visita di questi antiquari, che danno un’occhiata e valutano se ho qualcosa di interessante da offrire, vendere o scambiare. Anche io in qualche occasione, poche volte all’anno, vado a fare acquisti in mercatini specializzati.

Se avessi voglia di dedicarmi all’e-commerce aumenterei di molto la mia attività. Ma non voglio, è una scelta. Non voglio passare il mio tempo davanti al PC.

 

Servizi

Effettuo riparazioni. Il mio maggior piacere è aggiustare orologi da tavolo e pendole. È un lavoro che mi riesce bene e mi dà soddisfazione. Gli orologi da polso no, sono troppo piccoli. Poi so aggiustare piccoli elettrodomestici, per la maggior parte asciugacapelli, aspirapolvere e ferri da stiro. Mi portano le biciclette, quando hanno qualche problema. Mi chiamano a casa per aggiustare guai agli impianti elettrici, serrature inceppate e tapparelle rotte.

Do una mano con le tecnologie. Per esempio, ho piazzato decoder e riprogrammato le TV a casa della gente.

Un servizio molto richiesto è quello delle fotocopie e della stampa di documenti on line. Molti mi chiedono di stampare le pagine che servono a pagare in posta le bollette elettroniche. L’altro giorno ho impiegato un’ora a stamparne uno, a partire dalla ricerca di un punto nella piazzetta antistante dove i telefonini, mio e del cliente, captassero la linea per poter trasmettere l’un l’altro il documento. Certo è che, se giudicassi il mio lavoro sulla base della remunerazione, dovrei smettere subito: in questo caso, un’ora di impegno per due fogli stampati da 30 centesimi l’uno…

Faccio fototessere. È l’unica attività che richiama il mio passato da fotografo. Mi chiedono continuamente di fare servizi, ma non ne faccio più: ho appeso la macchina fotografica al chiodo. È una scelta che attiene ai miei problemi di salute, non posso più maneggiare l’attrezzatura fotografica come una volta. So recuperare i vecchi video. È un lavoro che nel mio passato professionale facevo anche per conto d’altri, perché ero diventato bravo: potevo recuperare vecchie pellicole, anche d’inizio novecento, restaurarle e travasare il contenuto su un nuovo supporto. Ho lavorato per anni al travaso dei video super8, poi di quelli VHS… fino a dieci anni fa si lavorava molto, adesso questa richiesta è quasi scomparsa. Ma l’attrezzatura ce l’ho ancora, è un lavoro che so fare.

 

Prospettive

In questo momento mi va bene così: mi sento utile e ho il mio minuscolo giro d’affari, con incassi di pochi euro al giorno. Non ho possibilità di investire, perché ho poco ritorno.

È comunque difficile fare previsioni di tendenza. Pensare che ho cominciato con il restauro e il commercio di mobili d’epoca… Fino a dieci anni fa avevano un certo valore, adesso non li vuole più nessuno. È cambiato il gusto, al riguardo. I giovani sono minimalisti, le case le vogliono vuote. Il mobile si sceglie sulla base dello spazio in cui deve incastrarsi e basta. Quell’armadio, che venderei a 150 euro, per qualità del legno e del vetro, per fattura e robustezza non può essere paragonato con nessuno dei mobili IKEA. Del resto, non tutto il male vien per nuocere: non avrei più potuto trattare mobili, troppo pesanti per me. Meglio l’oggettistica. Ma anche lì è cambiato il gusto. La tendenza nelle case è quella a togliere, non a mettere.  C’è questo specchio, con la cornice in ferro battuto, che costa come uno con la cornice di plastica, ma non trova acquirenti. Dei soprammobili, non parliamo: sono passati, così come i centrini.

 

 

Conclusione

Eppure, sono convinto: ci sono cose che vale la pena di recuperare, perché sono di qualità molto migliore di quelle che circolano adesso sul mercato, fatte per l’usa-e-getta e di nessun pregio.

Gli oggetti del passato erano fatti per durare, hanno in sé un valore, è un peccato lasciarli andare.

 

Chiunque voglia visitare il mercatino di Stefano sarà ben accetto. Se è un vecchio sentirà riaffiorare i ricordi, se è un giovane avrà da riflettere: c’è una alternativa al consumismo, e forse è a questa che dobbiamo puntare per un futuro più equo e sostenibile.

26 gennaio 2024, Laura V.

Ma Bedero non aveva già una Pro loco?

Lettera di inizio anno del Presidente

Il nostro paese ha avuto due Pro loco, nel corso degli anni. Per un motivo o l’altro si sono spente o chiuse e da questa esperienza altrui abbiamo voluto trarre degli insegnamenti: vorremmo costruire qualcosa di duraturo nel tempo. Progetto che può sembrare pretenzioso, ma credo lecito, visto che il paese se lo merita. 

Abbiamo voluto preparare bene il terreno, in modo tale che sia fertile, per coltivare con cura e affetto negli anni una Associazione di promozione sociale che possa perdurare, ed è proprio per questo motivo che ho scelto di impegnarmi come presidente della Pro loco, nonostante i miei impegni di famiglia e di lavoro. Bedero per me è stata la faccia di un'Italia che mi ha accettato a braccia aperte. Nel mio piccolo ho voluto restituire qualcosa alla Bedero che mi ha accolto. Per fortuna ho avuto grande supporto da diverse persone nel nostro paese, che avevano il desiderio di portare avanti un progetto simile; non senza timori, visto che in tanti partiamo senza avere avuto esperienze di volontariato simili in precedenza.

Quando penso alla Pro loco, immagino il punto di partenza: la socialità e la cura del paese, la valorizzazione del nostro territorio, delle sue persone e delle realtà presenti, come gli Alpini, la Scuola materna o la Parrocchia. Immagino la Pro loco come un luogo aperto a tutti, dove ciascuno possa esprimere il suo potenziale nel perseguire gli obiettivi dell’associazione. Un luogo sicuro e tollerante, dove poter indossare la maglietta del paese, nel rispetto dei diversi orientamenti politici o religiosi. 

Noi soci fondatori ci siamo chiesti come iniziare. Abbiamo capito che è vitale partire da una base solida a livello istituzionale. Ci siamo costituiti e abbiamo registrato lo statuto, poi abbiamo fatto una prima assemblea dei soci, quindi ci siamo iscritti al RUNTS (Registro UNico Terzo Settore) e all’UNPLI (Unione Nazionale Pro Loco Italia). Tutti passaggi indispensabili per fondare le basi solide d’un ente del terzo settore, con diritti, agevolazioni e obblighi di legge, che ci spronano ad essere trasparenti nei confronti dello Stato, ma soprattutto nei confronti dei soci, la parte vitale dell’associazione.

Una volta gettate le fondamenta, abbiamo iniziato a costruire. Lo statuto ci ha dato obiettivi, valori e regole, ma l’associazione ha preso vita grazie alla grande risposta dei cittadini che hanno aderito con grande entusiasmo. Questo ha permesso di portare avanti dei progetti, non senza difficoltà, che però abbiamo imparato a superare assieme, lavorando come gruppo e non come singoli. 

La nostra Pro loco neonata, con soli sette mesi di vita alle spalle, è riuscita a fare diverse attività, come il concerto nella corte dei Tavi, l’attività di Halloween per i bambini, la giornata ecologica e la fiaba animata a dicembre, un sito che ha pubblicato aggiornamenti frequenti e un giornalino che evidenzia i punti salienti delle attività, cercando di arrivare a tutti, comprese le persone un po’ meno abituate all’uso delle tecnologie. 

Il 2023 è stato l’anno di nascita: abbiamo fatto i primi passi, pochi ma importanti. Abbiamo stretto rapporti con gli Alpini, il Comune, la Parrocchia e la Scuola materna, realtà che ci hanno accolto con entusiasmo e spirito di collaborazione, atteggiamento per nulla scontato e del quale siamo grati. 

Inizia un nuovo anno, dodici mesi di possibilità e nuove iniziative. Per realizzarle, in realtà, abbiamo bisogno di tutti voi. Per chi non si fosse ancora associato, rivolgo un caldo invito a farlo. A tutti i soci invio un sentito ringraziamento. Spero che ci si possa al più presto ritrovare e continuare a lavorare insieme per il nostro paese.  

6 gennaio 2024, Victor Lanza