Nel passato

ARCHIVIO 2023


Fare memoria non significa contemplare la brace, ma alimentare la fiamma

Caduti: Giovanni Finardi, 23 anni

O viventi che uscite

se non vi sentite più sereno

e più gagliardo l’animo

voi sarete qui venuti invano

 

O viventi che uscite

se per voi non duri non cresca

la gloria della Patria

noi saremo morti invano


Sono le parole incise sulle lapidi poste nel sacrario di Redipuglia, dove riposa Giovanni.

Ci interrogano. 

Animo gagliardo? 

Gloria della Patria? 

Giovanni è morto invano?


Di certo è morto dimenticato.
Non c’è una famiglia che lo pianga, non c’è una comunità che avverta il vuoto che ha lasciato. Solo una cartolina commemorativa con il suo viso bellissimo e un nome sul monumento del leone. Ma ogni volta che lo si cita, aleggia il dubbio. Ma siamo sicuri? È un nostro caduto?

Negli archivi del Ministero della difesa ci sono tre Giovanni Finardi, quasi coetanei, tutti lombardi. Ma nessuno è originario delle nostre parti.

 

Natalina, la nostra quasi centenaria memoria storica, ci ha aiutati con il vago ricordo di una zia che, nella sua infanzia degli anni ‘20, le aveva raccontato che era morto in guerra un garzone di stalla degli Ossola, una famiglia abbiente del paese.


Agli inizi del Novecento, questa era  l'abitazione della famiglia Ossola


Ed ecco che, sulla scorta di questo indizio, una ricerca d’archivio ha rinvenuto una piccola traccia nel Registro delle Anime del primo ‘900, che consente di scoprire l’identità di questo ragazzo.

E ci coglie in fallo. Perché la sua morte - la cui data peraltro è dubbia, poiché non coincide sulle due fonti consultate - precede quella di due caduti, di cui abbiamo già pubblicato la memoria: Giacomo Martinoli e Pietro Leoni.

 

Dobbiamo tornare indietro, riavvolgere il filo fino all’autunno del 1916, tornare sul Carso, dove è morto a fine settembre Giuseppe Franzetti. Proprio lì muore Giovanni. Secondo il Ministero della Difesa, un paio di settimane dopo, il 13 ottobre 1916. Secondo lo Stato delle Anime, il 28 ottobre.

 

Cosa sappiamo di lui? Pochissimo. È orfano di padre e di madre. Ancora ragazzo, arriva da Milano per alloggiare presso la famiglia degli Ossola. Viene censito con la famiglia come “addetto”. Era d’uso registrare nello Stato delle Anime anche i domestici che vivevano in casa. Come lui che, se la memoria di Natalina non inganna, badava agli animali.

 

Giunge in età di leva, parte per la guerra e muore. Non ha una famiglia che ne conservi la memoria e nel paese si perdono presto le sue tracce. Rischiavamo di perderlo anche noi.
 

È uno dei centomila caduti che giacciono nel sacrario di Redipuglia.

Appunti storici

 

Non resta che rimandare a quanto già scritto sul contesto in cui ha trovato la morte Michele Franzetti. Anche Giovanni era lì. Come Giuseppe Ungaretti, del resto. Diamo di nuovo voce al soldato poeta, che dà la sua testimonianza viva e sofferta.

 

Veglia

 

Un’intera nottata
buttato vicino
a un compagno
massacrato
con la sua bocca
digrignata
volta al plenilunio
con la congestione
delle sue mani
penetrata
nel mio silenzio
ho scritto
lettere piene d’amore

 

Non sono mai stato
tanto
attaccato alla vita


Abbiamo pubblicato la storia di questo Caduto in edizione straordinaria. Vogliamo fare ammenda per averlo lasciato indietro, non avendo avuto fin qui certezza della sua identità.  

Il ricordo dei nostri Caduti e gli appunti di storia che contestualizzano le loro vicende continuano: appuntamento al primo venerdì del prossimo mese, agosto.

12 luglio, Laura V.

Caduti: Pietro Leoni, 21 anni

Caterina è una donna sfortunata: è rimasta due volte vedova e ha dovuto tirare grandi da sola i due figli, la femmina che ha avuta dal primo marito e il maschio dal secondo. Lavora in campagna, alla giornata. Adesso che i figli sono cresciuti, potrebbe forse tirare un po’ il fiato… Macché.

Scoppia la guerra, il ragazzo parte soldato: non tornerà.
Pietro Leoni muore sul monte Le Tofane nel dicembre 1916, travolto da una valanga.

Caterina piange i suoi uomini, abbracciata alla figlia Fiorinda.


Restituire un’identità a questo giovane non è stato semplice. Porta un cognome diverso da quello della madre e della sorella, che gli sono sopravvissute. Inoltre nella scheda del Ministero della Difesa gli viene assegnata una paternità (fu Pasquale) che è diversa da quella registrata sui registri parrocchiali (fu Francesco) e sul foglio matricolare del Comune.

La coincidenza degli altri dati anagrafici e la comunicazione del reclutamento, rinvenuta casualmente, ha consentito di concludere con certezza che si tratta proprio del figlio di secondo letto di Caterina, fratello di Fiorinda, della quale ancora si conserva memoria in paese, poiché gestiva una mescita ai piedi della salita del Carbulat, attiva ancora negli anni ‘50.



Appunti storici

 

L'inverno tra il 1916 ed il 1917 fu rigido e crudele. Sul fronte dolomitico, le tormente di neve si succedettero per settimane e settimane, causando valanghe che travolgevano i baraccamenti come fossero di cartapesta, tutto ingioiando e distruggendo.

 

Il Monte Le Tofane fu parzialmente conquistato dagli italiani nel 1915, ma conservava una piazzaforte pesantemente fortificata dagli austriaci, il cosiddetto Castelletto.

 

All'inizio del 1916 cominciò una nuova fase degli scontri, la cosiddetta “guerra di mine”. Erano stati per primi gli austriaci, nel gennaio del 1916, a porre sotto le postazioni italiane una carica esplosiva da 3.000 kg. Gli italiani replicarono nel luglio, con una potente mina da 3.500 kg di esplosivo, che causò il crollo di interi pezzi della montagna.


La mina sul Castelletto

Le terribili valanghe dell'inverno successivo, quello tra il 1916 ed il 1917, che uccisero migliaia di uomini di entrambi gli schieramenti, sono probabilmente correlate anche a queste azioni distruttive: l'opera della natura fu resa ancora più funesta da quella degli uomini.


Soldati in marcia sul Monte Le Tofane

 

È questo lo scenario di guerra in cui, il 13 dicembre 1916, Pietro Leoni, di 21 anni, soldato del 1° reggimento artiglieria di montagna, perse la vita, travolto da una valanga.


5 luglio 2024, Laura e Maria Teresa V.


Il ricordo dei nostri Caduti e gli appunti di storia che contestualizzano le loro vicende continuano: appuntamento al primo venerdì del prossimo mese, agosto.


Asilo Margherita

Continua la ricerca storica negli archivi dell'asilo e pian piano riemergono notizie sui primi anni di esercizio: per vedere i documenti originali, visita la pagina dedicata 

 

Norme igieniche - Nel 1898, per frequentare l'asilo era d'obbligo avere i capelli corti. Vi fu un contenzioso con una famiglia: si decise di sospendere il provvedimento del taglio obbligatorio solo a fronte dell'impegno a ritirare la bambina, tempo un mese. 

Saggio finale - L'anno scolastico iniziava ottobre e finiva al settembre successivo, senza interruzione estiva. Un periodo di vacanze era previsto invece a gennaio. A settembre, mese conclusivo, i notabili e i benefattori del paese e del circondario assistevano al saggio, che doveva dimostrare le abilità raggiunte dai bambini, grazie allo sforzo educativo dell'istituzione. 

 

Entrate - L'attività dell'asilo era sostenuta economicamente in primo luogo dalla rendita del capitale iniziale, quelle famose 6000 lire ottenute dall'ospedale Maggiore di Milano per la "cessione dei diritti del bosco Martica". Per inciso: questo risultato richiede un certo sforzo, visto che la trattativa durò tre anni, impegnando gli emissari del comune in viaggi continui tra Bedero, Varese, Milano e Como, con significative spese. 

La seconda voce di entrata, per importanza, e costituita dalle rette dei bambini, molto numerosi: a volte arrivavano ad essere trentacinque. 

Terza voce, a sorpresa, sono i funerali: i bambini vi partecipavano, formando una sorta di picchetto d'onore, a maggiore onore del defunto. E la famiglia, grata, elargiva una generosa offerta in memoria. La consuetudine si è protratta fino agli anni sessanta. 


Uscite - La prima voce di spesa, per importanza, era lo stipendio della maestra. La seconda era per la legna da ardere. Non si fa accenno a spese per generi alimentari. Se ne deduce che i bimbi portavano il loro cibo da casa. Anche le spese amministrative avevano il loro peso. 

Ma ciò che più colpisce il valore è molto alto degli oggetti: per esempio, un grembiule costava 1,5 lire; molla e barnaccio, strumenti per regolare il fuoco, complessivamente 2 lire. Si confronti con la retta mensile per bambino, che era di 0,5 lire. Questo confronto ci aiuta a capire l'attitudine dei nostri vecchi al riciclo e al riuso. 

 

Intitolazione - Nel 1900, il 29 di luglio, il re d'Italia Umberto I morì un attentato a Brescia. Un mese dopo, la Congregazione di Carità, che gestiva l'asilo di Bedero, decise di intitolare l'asilo alla regina consorte, Margherita "in ricordo dell'amato re". 

Ancora nel 1927, quando era già avvenuto il trasferimento nella nuova sede ed era stata avviata la procedura per cambiare il profilo istituzionale, il nostro viene citato in alcuni documenti come asilo “Margherita". 

La leggenda dice che, qualche anno prima, anche una pizza fu dedicata alla regina…  La pizza "Margherita", quella c’è ancora! 

14 giugno 2024, Laura V.

Caduti - Giacomo Martinoli, 26 anni

Ma lei che lo amava

aspettava il ritorno

d'un soldato vivo,

d'un eroe morto

che ne farà?

da La ballata dell’eroe – Fabrizio de André, 1966

Nel 1914, Giacomo compariva in un elenco di persone assenti dal paese. Accanto al suo nome, e a quello di altri sei, c’è la scritta “soldato”. 

 

Tra i dieci caduti della Prima Guerra Mondiale, è l’unico con il grado di caporale; gli altri nove sono soldati semplici. È possibile che il grado gli derivi dall’avere avuto un maggior addestramento militare, dal momento che stava svolgendo il servizio di leva, o la ferma, al momento della mobilitazione.

 

Quando parte per la guerra, Giacomo è fidanzato con Lucia, una ragazza del paese che ha un anno meno di lui e che abita in piazza.  Anche il fratello Attilio, di poco più giovane, è in età di leva.

 

L’abitazione della sua famiglia è in Carbunisc, vicini di casa della famiglia di Donato Martinoli, morto il mese scorso, a settembre del 1916. Adesso è ottobre, e di nuovo il cortile e il vicolo sono parati a lutto. Questa volta è toccata a Giacomo.


Lucia è affranta. Inutilmente le quattro sorelle cercano di consolarne il pianto. Si affaccia alla soglia di casa e guarda verso la fontana, dove lo vedeva comparire quando si davano appuntamento. In quello stesso punto, tra pochi anni, sorgerà il monumento ai caduti.

Appunti storici

 

Il Monte Pasubio è una delle più insanguinate montagne della Prima guerra mondiale.

 

Teatro dei combattimenti fin dal maggio 1915, era diventato lo scenario di scontri furiosi tra italiani e austriaci a partire dalla primavera 1916, quando iniziò la Strafexpedition, o spedizione punitiva, da parte degli austriaci. Si avvicendavano assalti e contrassalti su un complesso sistema montuoso, con diverse cime rocciose, cenge e precipizi. 


Nel maggio del 1916 gli austriaci tentarono un’avanzata, respinta dagli italiani con combattimenti violentissimi. Vi era stato poi nel luglio un nuovo attacco austriaco, nel corso del quale erano stati catturati i noti patrioti irredentisti Cesare Battisti e Fabio Filzi, accusati di tradimento e subito impiccati a Trento, nel castello del Buonconsiglio.

Nel nuovo, infruttuoso tentativo di contrattacco italiano, tra i 17 e il 20 ottobre 1916,  trovò la morte, per ferite riportate in combattimento, Giacomo Martinoli, di 26 anni, caporale del IV reggimento alpini.

 

Poi le battaglie vennero sospese, per l’arrivo di bufere e di straordinarie nevicate, fino alla primavera successiva.


Anche al Monte Pasubio è dedicato un famoso canto alpino.

 

Monte Pasubio

Coro della Brigata Alpina Julia


Su la strada del Monte Pasubio

lenta sale una lunga colonna,

l'è la marcia de chi non torna

de chi se ferma a morir lassù


Ma gli alpini non hanno paura


7 giugno 2024, Laura e Maria Teresa V.


Il ricordo dei nostri Caduti e gli appunti di storia che contestualizzano le loro vicende continuano: appuntamento al primo venerdì del prossimo mese, luglio.

Le amministrative del 1946

"La guerra finirà, il peggior governo della nostra storia cadrà. A quel punto potremo ricominciare a riparare, a guarire." - Scrive così Eshkol Nevo, scrittore israeliano, sul Corriere della Sera di domenica scorsa, 26 maggio.

 

 

Riparare, guarire.

Ottant’anni fa, o quasi.

Dopo vent’anni di regime, cinque di guerra, due di occupazione.

Sulle macerie delle città, sui traumi e sui lutti delle persone e delle famiglie - perseguitate, deportate, prigioniere, sfollate - i nostri nonni si sono impegnati nella ricostruzione e hanno provato a stabilire le regole di una pacifica convivenza.

 

Il 7 aprile 1946, a Bedero si svolsero le prime elezioni amministrative del dopoguerra. Le prime che, nella storia d’Italia, chiamando al voto anche le donne, furono davvero a suffragio universale.

E davvero tutte e tutti corsero a votare, come si corre assetati a bere a una fontana dopo lunga privazione: più del 90% di affluenza.

Questa è la scheda elettorale che i bederesi si trovarono in mano.
Colpisce che non vi siano donne tra i trentasei candidati: troppo recente il loro riconoscimento sociale.

La legge elettorale in vigore allora era diversa da quella attuale, del 1993. A quel tempo veniva eletto il Consiglio comunale ed era questo a nominare poi, al suo interno, il Sindaco.

Questa la composizione del Consiglio votato nel 1946; può essere che negli archivi comunali sia nascosta anche qualche notizia certa sulla nomina del Sindaco, che al momento non abbiamo.

 

La prossima settimana Bedero tornerà ad eleggere i suoi amministratori. Con la legge in vigore, i cittadini scelgono direttamente il sindaco. Abbiamo due liste e due candidati sindaci: un uomo e una donna. Tra i candidati consiglieri, le due liste schierano tre donne ciascuno. Segno dei tempi: la cittadinanza delle donne ha fatto molti passi in avanti nei decenni intercorsi e ha raggiunto un livello più compiuto, almeno in linea teorica.

 

Non si torna al voto con il desiderio degli assetati. Dopo quasi ottant’anni di pace e di diritti, c’è la tentazione di darli per scontati. In ogni caso, le regole della pacifica convivenza che ci hanno dato i nostri nonni sono ancora le migliori che ci sia stato dato sperimentare e vale la pena onorarle.

31 maggio 2024, Laura V.

Centoventisette

L’archivio dell’asilo è uno scrigno dei tesori. Poco frequentato, contiene documenti interessanti, che risalgono indietro nel tempo, fino alle origini.

L’ultimo scorcio dell’800 e l’inizio del ‘900 fu un periodo fecondo per Bedero, in cui vennero realizzate opere significative: il palazzo comunale con i locali scolastici; l’acquedotto con le derivazioni, che alimentarono le fontane pubbliche del paese; la piccola centrale idroelettrica, che consentì di portare in paese una linea elettrica; lo stabilimento di tessitura, che diede lavoro a decine di donne del paese e del circondario.

 

In questo contesto fu realizzato l’asilo di Bedero, che iniziò la sua attività l’1 giugno 1897, in un locale a piano terra della Casa comunale: esattamente 127 anni fa.
L’1 gennaio 1925 si trasferì nella nuova sede, quella attuale: tra poco cadrà il centenario. Il nuovo edificio fu costruito all’uopo, con il concorso di molti benefattori, tra i quali i ricchi imprenditori Giovanni Zamaroni e Giovanni Martinoli, che contribuirono in modo sostanzioso e vennero perciò ricordati nell’intitolazione (il Martinoli in memoria, perché nel frattempo morì).

 

Sul sito dell’asilo, in una pagina dedicata, vengono settimanalmente proposti i documenti che raccontano episodi di queste lontane origini. Nessuna affabulazione, solo pubblicazione e trascrizione dei testi, che tutti possono consultare nella versione originale (e magari segnalare qualche interpretazione errata, visto che la calligrafia del tempo, talvolta, non è di facile lettura).
Questo è il breve riassunto di quanto divulgato fin qui.

 

Il 14 settembre 1896, l’Ospedale Maggiore di Milano cedette alla Congregazione di Carità “i diritti del Bosco Martica”. In cosa consista di preciso questa cessione non è chiaro, l’ipotesi è che si tratti del diritto di taglio, visto che l’Ospedale si approvvigionava in questi suoi ex possedimenti sia di beni alimentari, che di legna da ardere. Fatto sta che questa cessione venne ricompensata con 6000 L. L’importo fu convertito in Rendita Pubblica dello Stato (forse una cosa simile ai nostri BOT). Un capitale che consentì di dar mano al progetto e intraprendere l’allestimento del locale da adibirsi ad asilo.

 

Allo scopo, la giunta municipale lanciò una colletta, con l’invito a contribuire, rivolto a tutta la popolazione. In gennaio 1897, una commissione incaricata fece il giro completo del paese e interpellò tutti i capifamiglia. Nell’elenco ritrovato compaiono 102 nominativi delle persone contattate dai questuanti. Solo sette rifiutarono di partecipare alla colletta. La cifra raccolta fu di 254.24 L.

Per avere un riferimento, si pensi che la retta mensile per i bambini venne fissata in 50 centesimi, mentre lo stipendio della maestra era di 25 L. mensili.

 

A questo punto si assegnarono i lavori di falegnameria e di muratura. Per i primi ci fu un solo aspirante, Prospero Martinoli. In un paese di muratori, furono invece diversi a concorrere all’appalto per la muratura. Stilato un particolareggiato preventivo, si svolse una gara al ribasso, a cui parteciparono quattro muratori, offrendo uno sconto percentuale sulla cifra del preventivo. Si aggiudicò il lavoro Bordonetti Abbondio, impegnandosi ad applicare un ribasso del 16,5%.

 

A maggio i locali furono pronti. Il 20 maggio 1897 si riunì la Congregazione di Carità e deliberò l’apertura dell’asilo. Venne nominata per i primi quattro mesi, fino a settembre, la maestra Luigia Felli di Casalzuigno. Si stabilì l’orario di apertura: dalle 9 alle 17 di tutti i giorni feriali. 

 

Nell’immagine, l’elenco dei ventinove bambini che pagarono la retta nel mese di giugno 1897; in pratica si tratta della prima classe dell’asilo di Bedero. Molte persone del paese potranno trovare in questo elenco un proprio ascendente. Il penultimo, Giuseppe, è un caduto della Prima guerra mondiale (M. Giu. Martinoli sul monumento).

 

1.     Martinoli Anselmo di Francesco

2.     Bordonetti Emma fu Gio

3.     Borsotti Maria di Innocente

4.     Martinoli Pasqualina di Luigi

5.     Martinoli Maria di Luigi

6.     Martinoli Giacomo di Emilio

7.     Bizzini Irene

8.     Valugani Rosa

9.     Borsotti Giuseppina di Felice

10.  Martinoli Luigi di Vittorio

11.  Martinoli Maria di Vittorio

12.  Martinoli Fermo di Pietro

13.  Martinoli Luigia di Pietro

14.  Oggioni Clara

15.  Martinoli Attilio di Carlo

16.  Martinoli Rosa di Gelindo

17.  Martinoli Laurina di Luigi

18.  Martinoli Teresa di Prospero

19.  Martinoli Innocente di Prospero

20.  Bizzini Maria di Fermo

21.  Santagostino Daniele

22.  Martinoli Giovannina fu Candido

23.  Bordonetti Massimo di Abbondio

24.  Bordonetti Emilio di Abbondio

25.  Comini Giovanni di Carlo

26.  Martinoli Attilio di Pietro

27.  Valugani Daniela

28.  Martinoli Giuseppe di Ferdinando

29.  Martinoli Savina di Ferdinando

 

A settembre di quello stesso anno la maestra Luigia Felli da Casalzuigno diede le dimissioni. Fu sostituita da Ida Vaglio da Ganna, la maestra di riferimento per i successivi dieci anni. Dopo breve interludio, l’asilo fu poi gestito dalle suore per oltre 50 anni.

 

10 maggio 2024, Laura V.

Caduti - Michele Franzetti, 32 anni

In paese, il settembre 1916 era iniziato con l’annuncio della morte al fronte di Donato Martinoli. Non era ancora finito il mese, e di nuovo la campana a morto risuonò 

Michele Franzetti, soldato del 230° reggimento di fanteria, muore il 28 settembre, in seguito a ferite in combattimento.

Non ci sono testimonianze famigliari a raccontarlo, si può solo immaginare lo strazio della madre. Rachele ha cinque figli, tutti maschi e tutti in età di leva: nel 1916, Michele ha trentadue anni, Carlo ne ha ventisei, Luigi ventiquattro, Massimo ventidue, Cesare diciannove. Potrebbero essere tutti e cinque al fronte o forse uno è stato risparmiato, come sostegno di famiglia.


La mamma riceve la notizia: il primogenito è stato ferito in combattimento. Terrore, speranza, voti, preghiere. Poi il telegramma con l’annuncio della morte.  E il terrore, la speranza, i voti e le preghiere continuano, per tutti gli altri figli in guerra…


Appunti storici

 

Michele Franzetti morì nell'Ospedale mobile Città di Milano e venne seppellito nel sacrario militare di Oslavia, a nord di Gorizia.

 

È quasi certo che abbia partecipato alla battaglia di Gorizia, la sesta delle undici battaglie dell'Isonzo, combattuta tra italiani ed austriaci per buona parte dell'agosto 1916 e conclusasi con la conquista italiana della città: la più significativa vittoria dopo un anno di guerra.

Fu uno scontro duro, con un grandissimo numero di morti, di feriti e di soldati fatti prigionieri. Tra gli italiani, costò la vita a 1759 ufficiali e a quasi 50.000 soldati, mentre gli austriaci persero 862 ufficiali e quasi 40.000 soldati.

 

A ricordo di questo massacro nacque, anonimo, un canto famoso. Fu osteggiato dai comandi militari e si diffuse clandestinamente, perché non offuscasse la retorica ufficiale.                              

 

O Gorizia, tu sei maledetta

per ogni cuore che sente coscienza

dolorosa ci fu la partenza

e il ritorno per molti non fu

 

O vigliacchi che voi ve ne state

con le mogli su letti di lana

schernitori di noi carne umana

e rovina della gioventù


Giovanna Marini canta "O Gorizia, tu sei maledetta"


La città di Gorizia fu distrutta. Quando entrarono i primi fanti italiani, vi trovarono solo macerie; dei 30.000 abitanti ne erano rimasti poco più di 3.000.

L’ospedale mobile Città di Milano, dove fu ricoverato e morì Michele, era attrezzato con tende trasportabili e personale specializzato in interventi chirurgici. Entrò in funzione nel maggio 1916, dall'agosto del 1916 operò nei pressi di Gorizia, nella scuola del paese di Quisca (oggi in Slovenia). 

L'iniziativa di dare vita a unità chirurgiche mobili era stata presa alcuni mesi prima dal professor Baldo Rossi, dell'Ospedale Maggiore di Milano, maggiore e medico della Croce Rossa. Egli si era reso conto che i feriti gravi non ricevevano dalle unità poste in prima linea alcun soccorso. Venivano rimandati in genere alle strutture sanitarie di seconda linea, dove nella maggioranza dei casi non arrivano vivi, sia per i traumi subiti, che per le difficoltà del trasporto.

Da un giornale dell'epoca, l'immagine di un autocarro con le attrezzature.


Giuseppe Ungaretti, uno dei più grandi poeti del ‘900, si arruolò e combatté sul fronte del Carso tra il 1915 ed il 1916, come il nostro giovane caduto. Le sue parole sono testimonianza della tragica esperienza di Michele e di centinaia di migliaia di compagni, in questi mesi estivi del 1916. Distruzioni e macerie, i corpi straziati: immagini vivide della brutalità della guerra.

I versi di Ungaretti sono un modo di affermare, nel minaccioso e drammatico contesto della guerra - ieri come oggi - la dignità tragica del destino umano, individuale e collettivo.


Sono una creatura

Valloncello di Cima Quattro, il 5 agosto 1916

 

Come questa pietra

del S. Michele

così fredda

così dura

così prosciugata

così refrattaria

così totalmente

disanimata

 

Come questa pietra

è il mio pianto

che non si vede

 

La morte

si sconta

vivendo


3 maggio 2024, Laura e Maria Teresa V.


Il ricordo dei nostri Caduti e gli appunti di storia che contestualizzano le loro vicende continuano: appuntamento al primo venerdì del prossimo mese, giugno.

Caduti - Donato Martinoli, 22 anni

È importante tenere viva la memoria di persone, di fatti e di sacrifici, che ahimè ancora e sempre devono parlare al mondo di oggi, che si scorda troppo della storia.  

Ho cercato informazioni in famiglia su questo zio, ma ne ho raccolte poche. Anche questo mi ha fatto pensare a quanto prezioso, unico e davvero irripetibile sia raccogliere le testimonianze di chi ancora può raccontare.
Poche notizie, dicevo. In compenso, ho di questo zio delle stupende foto, che amo molto. Guardando quel ragazzo così giovane, pensando al suo sacrificio e alla brutalità della guerra, provo delle sensazioni su cui potrei scrivere un romanzo.

Spero che, nonostante sia poco, questo materiale possa essere utile alla memoria, che non deve spegnersi.


Donato era il terzo dei tre figli di Luigi e Angela Maria: Pasqualina fu la prima (1891), poi nacquero Maria (1893) e, ultimo, Donato (1894). Il ragazzo fu mandato in giovane età a studiare in collegio a Bergamo.
Questa è l’immagine della famiglia che probabilmente il giovane, lontano dai suoi cari, aveva con sé.


Un’altra foto lo ritrae da solo: un bel ragazzo, in abito elegante.


Poi, la chiamata alle armi. Tagliati i capelli, indossata la divisa, Donato partì per il fronte.


Un anno di guerra, quindi i combattimenti sul fronte dolomitico, le ferite e la morte.

 

Donato ha una tomba nel cimitero di Bedero, ma il suo corpo non è lì. La situazione di guerra non permetteva di avere certezza sul riconoscimento dei corpi, per questo alla fine delle ostilità si chiese alle famiglie se volessero il corpo del proprio caro, ma senza certezza dell’identità. La famiglia Martinoli decise di lasciare il proprio figlio a riposare in pace ovunque fosse sepolto, insieme a tutti gli altri poveri compagni.

Pensiamo che il suo corpo sia nel sacrario militare di Pocol, vicino a Cortina e vicino al luogo della morte.

 

Al momento della costruzione, a Pocol furono sepolti i resti di 9707 caduti, di cui 4455 ignoti. Sono stati portati lì i resti dei soldati ritrovati successivamente, ora in totale le sepolture sono 10554.

 

5 aprile 2024, Chiara M.

Appunti storici

 

L’Italia era entrata in guerra a maggio, il 1915 fu un lungo anno di logoramento per tutte le parti combattenti, senza che si pervenisse ad alcun risultato conclusivo.

 

L’inizio del 1916 vide una violenta offensiva tedesca sul fronte occidentale, che si spezzò contro la resistenza accanita di francesi e inglesi. Furono mesi di furiosi combattimenti, con strage in entrambi i campi: nelle battaglie di Verdun e sulla Somme vi fu più di un milione di morti, senza nessun risultato apprezzabile.

 

Nel maggio 1916 gli austriaci lanciarono a loro volta sul fronte italiano una grande offensiva, che si sviluppò tra il Garda e il Brenta: la Strafenexpedition, ovvero spedizione punitiva contro gli italiani, ex alleati. L’offensiva venne bloccata e, a partire dalla metà di giugno del 1916, gli italiani lanciarono una loro controffensiva, sia sul fronte dolomitico che, soprattutto, sul fronte dell’Isonzo, dove si combatterono sanguinose battaglie, che si conclusero con la presa di alcuni monti, tra cui il San Michele e il Sabotino, e di Gorizia.

 

Sul fronte dolomitico cadde il secondo ragazzo bederese, Donato Martinoli, di 22 anni, soldato del 91° fanteria. Morì il 4 settembre 1916, per ferite riportate in combattimento sul monte Forame, sul quale l'attacco italiano si sviluppò dalla fine di agosto, per conquistarne la cima tra il 3 ed il 4 settembre. Gli austriaci poi contrattaccarono e gli italiani, pur combattendo con accanimento, furono costretti a ripiegare.

 

Solo tra il 4 e l'8 settembre 1916 le perdite italiane sul monte Forame furono di 270 uomini. Nell'autunno, tra il 26 ed il 27 novembre, gli italiani ripartirono in un altro disperato attacco, respinto dagli austriaci: in due giorni di combattimento, gli italiani ebbero altri 897 morti.

 

 5 aprile 2024, Maria Teresa V..


Il ricordo dei nostri Caduti e gli appunti di storia che contestualizzano le loro vicende continuano: appuntamento al primo venerdì del prossimo mese, maggio.

Caduti - Pietro Zappatini, 24 anni

Anziché spegnersi, si accendono nuovi focolai di guerra. Le persone, civili e soldati, continuano a morire. Rievochiamo le storie dei nostri Caduti perché si ravvivi l’umana compassione per chi, oggi come allora, è carne da macello.

Pietro sta per compiere 24 anni, la sua è una famiglia di mezzadri che è venuta a lavorare in Camparunscin da Caravate, solo un po’ più giù nella Valcuvia. Me lo vedo risalire con passo sicuro, per la via breve, il sentiero e la scalinata che da Camparunscin portano verso la chiesa. Sua sorella Carolina gli sopravviverà e vivrà tutta la sua vita a Bedero: viene ricordata con l’appellativo di Carolina baldoria. Il soprannome le dà una connotazione di festa e di allegria e nella mia immaginazione il fratello le somiglia: dopo avere tagliato il fieno, nel maggio splendente del 1915, la sera è diretto all’osteria, oppure a corteggiare una ragazza.

 

 Ma la Storia lo travolge e lo annienta. Il 24 maggio l’Italia entra in guerra, arriva la cartolina militare, Pietro parte per il fronte. Passano meno di due mesi, e quella scalinata, quello stesso sentiero, qualcuno lo percorre in discesa, con in mano un telegramma con la ferale notizia.

Ferito in una delle numerose battaglie sul Monte Nero, Pietro è il primo soldato di Bedero a morire, il 19 luglio 1915, due giorni dopo il suo 24esimo compleanno.

 

Monte Nero Monte Nero,
traditore della vita mia,
ho lasciato la casa mia
per venirti a conquistar.

 

Per venirti a conquistare

ho perduto tanti compagni

tutti giovani sui vent'anni

la sua vita non torna più...


Il coro della SAT canta "Monte Nero"

Appunti storici

 

L'ingresso dell'Italia in guerra avvenne il 24 maggio 1915, quando già Germania ed Austria, le due potenze che avevano attaccato la Francia e la Russia, combattevano da quasi un anno. I comandi militari, in particolare tedeschi, avevano puntato su una guerra breve e di movimento, ma lo svolgimento reale era stato molto diverso da quello previsto nei piani iniziali.

 

Dopo i primi successi delle truppe tedesche e austriache, la loro avanzata venne fermata e si aprì sia sul fronte occidentale che su quello orientale una sanguinosa guerra di posizione. In particolare, sul fronte occidentale, gli eserciti tedesco e francese si fronteggiarono per mesi, tentando grandi offensive che si succedettero per tutto il 1915.

 

L'intervento in guerra dell'Italia nel maggio 1915 aprì un terzo fronte, dove il generale Cadorna, comandante supremo dell'esercito italiano, immaginò a sua volta un conflitto rapido contro gli austriaci: conquistare in breve la Slovenia e attaccare Vienna. L'attacco, invece, si trasformò quasi immediatamente in una lunga guerra di posizione e di trincea lungo il corso del fiume Isonzo e sulle alture del Carso.

 

La strategia di Cadorna consisteva nello sferrare ripetuti assalti della fanteria, con enormi perdite umane quando i soldati uscivano allo scoperto dalle trincee, finendo sotto il fuoco nemico. Tra il giugno ed il dicembre 1915 sull'Isonzo e sul Carso furono lanciate quattro sanguinose offensive, che permisero la conquista di alcune posizioni.

 

Tra le prime battaglie vi fu quella per la presa del Monte Nero, condotta con successo tra il 15 ed il 16 giugno 1915 da sei batterie di alpini, che ebbe tuttavia un costo assai elevato in termini di vite umane.

 

Nelle settimane successive alla battaglia, gli italiani tentarono di continuare l'avanzata, ma gli austriaci si attestarono in trincee, che vennero rinforzate con reticolati e protette dalle artiglierie, partendo dalle quali tentarono più volte di contrattaccare. In queste azioni perse la vita Pietro Zappatini, il primo caduto di Bedero.

 

Sul fronte alpino, il 1915 fu un lungo anno di logoramento per tutte le parti combattenti, senza che si pervenisse ad alcun risultato conclusivo.

 

1 marzo 2024, Laura e Maria Teresa V.


Il ricordo dei nostri Caduti e gli appunti di storia che contestualizzano le loro vicende continua: appuntamento al primo venerdì del prossimo mese di aprile

Caccia alle differenze

Elena propone un documento, riemerso da un cassetto: la presentazione del paese che quattro ragazzini del paese, compagni di classe, hanno preparato come ricerca scolastica trent’anni fa.

Ecco alcuni stralci: oltre all’introduzione, ci sono i disegni e i testi che, tra gli altri, spiccano per essere contributo personale degli autori.

Il paese è migliorato, peggiorato o rimasto uguale?

 

 Il paese

La betulla sembra, secondo antichi scritti, l’origine del nome di Bedero.

La realtà odierna è che il paese viene denominato “balcone sulla Valcuvia” per via della sua felice posizione panoramica, che permette una visione globale di gran parte del territorio della comunità.

Il centro storico è rustico e ben conservato; in ogni angolo si notano le tracce di un passato di quasi cinque secoli di storia.


Si segnala la parrocchia di S. Ilario con altare del XVIII secolo e con pregevoli affreschi del Marone.


Il centro storico

Il centro storico di Bedero viene chiamato “Buc” ed è costituito da case molto vecchie (di circa 5 secoli). Qui è proibito passarci poiché gran parte delle case sono cadenti.

Il monumento ai caduti

Nella piazza di Bedero si può notare un monumento dedicato ai Prodi Caduti durante la 1 Guerra Mondiale.

Il più di questi caduti è della famiglia Martinoli.

Il materiale con cui è stato costruito è molto semplice: lastre di pietra sovrapposte in modo da formare una piccola montagna.

Al culmine di questo monumento c’è un leone che sta a significare la potenza e il coraggio dei caduti.

Sotto a quest’ultimo c’è una fontanella dove ci si abbevera.

 

L’epigrafe

Sempre nella piazza possiamo osservare anche un’epigrafe in onore dell’ex sindaco.

L’epigrafe è fissata sulla parete della casa dove visse il sindaco; essa è molto vecchia di un colore rosso screziato.

Nella parte superiore si può osservare il ritratto del sindaco.

Il negozio di alimentari

Questo negozio riportato rappresenta l’alimentari più frequentato del paese. La proprietaria si chiama Bice, è una signora molto socievole ed amica dei bambini, che gestisce il negozio insieme al marito. Curiosità: questo negozio situato al centro del paese, nelle giornate di estate (specialmente di sabato) è “vuoto”, poiché le persone di Milano che vanno a godersi le vacanze nel nostro bello e tranquillo paese di montagna fanno provviste.

La fattoria

Verso la periferia di Bedero possiamo trovare una fattoria dove vengono custoditi molti animali.

Fra tante bestie i più numerosi sono i cavalli. Questi ultimi sono tenuti in recinti di legno; questi animali sono di diverse razze: nobili e selvatici.

La fattoria è in un bosco, quindi quasi invisibile al pubblico.


L'abitazione contadina

16 febbraio 2024, Elena B.

Piscinin gandola, grand gross e ciola

La moda d’oggi è ricorrere a espressioni d‘odio stereotipate e aggressive perfino nei battibecchi quotidiani. Qui si propone un’alternativa: un catalogo di insulti bederesi alla vecchia maniera, per dileggiarsi reciprocamente con gusto e stile. Si possono utilizzare con varietà di accenti, ma sempre con un sottofondo di ironia. Ce n’è per tutti...
A Carnevale, ogni scherzo vale!

 

Già da bambino ti toccava la tua parte. Se ne combinavi qualcuna, ti dicevano baloss, malnatt e minacciavano di mandarti nel collegio dei barabitt. Quando non riordinavi eri un barlasc, se mangiavi di gusto eri un goss, a volte ti ostinavi e ti dicevano crapun e gnüch. Se non imparavi la poesia a memoria eri un tarlüch, quando ti perdevi nelle tue fantasie eri un pelandrun o un puian. Se facevi chiasso eri uno strascee, se ti presentavi spettinata eri una strolega, quando eri insistente ti chiamavano tossegh. Quasi affettuosamente ti davano del barlefüs e del narigiatt, mentre il richiamo amorevole delle mamme all’ora di cena era: purscell vaca, torna a cà che l’è ora!

 

Per lo più declinati al maschile, gli appellativi che indicavano persone di poco valore erano balebiott, balandran, lifroch, lingera, pelebroch: epiteti per gente con poca voglia di lavorare, pronta piuttosto a fare baldoria. Gandola esprimeva, in più, un’ingenuità residua di bambino cresciuto, mentre un maltràinsema o un maltrainpee era piuttosto da compatire per la sua sciatteria. Uno schenafregia era lo scansafatiche, un paulott lo scapolo borioso e saccente. Tutta gente su cui non si poteva fare affidamento… si diceva: inn bun pai cai.

Nei commerci, c’erano i baloss e i grass de rost, oppure il grado superiore dei giüda scariott, che fregavano gli sprovveduti: loch, bagiann, ciola, martur, uruch. Il facia de tola era lo sfacciato impertinente, mentre il casciaball era quello che le sparava grosse e ingannava il laciott, cioè il tipo cedevole e credulone, che si lasciava facilmente condizionare.

 

Per le donne c’erano epiteti dedicati, per lo più indicanti facili costumi: per esempio, troiapelandavaca, associati così, in un’unica parola, oppure scanditi uno per uno.  Ma anche lögia, pell de tambür, penagia. Se la figlia dava corda a qualcuno, era a volte la mamma ad affibbiarle l’appellativo. Così, a scopo preventivo.

Altra categoria, le betoniche, petulanti e querule. Poi le beghine, di costumi integerrimi, ma insopportabili. E infine c’erano quelle né così, né cosà, di cui si diceva: inn propi fatt

 

Utilizzati per i maschi, ma declinati anche al femminile, menafregg indicava quello che seminava discordia, piugiatt un taccagno. Un ozioso trascurato era un mazzapiögg, per giunta poteva essere anche un burdegun o un vunciun.
Una piaga era quello che si lamentava per niente; diventava una piattola quando risultava davvero irritante. Quello che, afflitto per qualche motivo, rimuginava e recriminava in continuazione, era detto mugnina

Malmustus era lo sgarbato e gratacü la persona molesta.
Intregh era il tipo un po‘ tardo e scarsamente reattivo; quando proprio torpido e intontito, magari da una ciucca, si diceva imbesüi.

Il presuntuoso fanfarone era un baüscia. Tipicamente, erano tacciati così i milanesi, come intera categoria. Il villano, dall’aspetto e dal comportamento volgare, era invece un rüstegh.

 

Sarà la prospettiva di osservazione, ma gli insulti in bederese sembrano suscitare, più che la rabbia, la risata.

Sarà vero?

Eh, ciau Pepp…

 

 9 febbraio 2024, Laura V.


Per la corretta grafia dei termini dialettali, ci si è avvalsi del consiglio di un esperto, il varesino Angelo Z., che ringraziamo. Potrebbe essere comunque scappato qualche errore. Le regole di trascrizione sono complesse e diverse da quelle del dialetto milanese, su cui ci sono più notizie.
Sebbene il seguente vocabolario sia passato al vaglio di esimi esperti del paese, non ha pretese in merito alla precisione e alla completezza dei significati e all‘esaustività della raccolta. Chi più ne ha, più ne metta.

Viva il Carnevale!

 

bagiann         
sciocco, tardo a intendere

balebiott        
poveraccio senza arte nè parte

baloss             
scaltro, capace di inganno

balandran     
persona di poco conto, di cui non ci si può fidare

barabin          
birbante; letteralmente, piccolo Barabba

barlasc            
trascurato e disordinato

barlefüs         
di scarso valore

baüscia           
presuntuoso sbruffone

beghina         
donna che ostenta le pratiche religiose, bacchettona

betonica        
donna invadente e petulante

bun pai cai     
buono a nulla

burdegun
uno che sporca in giro

casciaball      
fanfarone, impostore

ciola                 
tonto

crapun           
ostinato

fatt                   
insipido

gandola          
ingenuo

giüda scariott
falso e traditore, letteralmente Giuda Iscariota

gnüch             
cocciuto e duro di comprendonio

goss                
ingordo, avido

grass de rost 
imbroglione piantagrane

gratacü         
molesto

facia de tola
impudente, impertinente

imbesüi           
torpido e intontito

intregh            
goffo

laciott              
arrendevole e mollaccione

lifroch              
sfaticato, fannullone

lingera             
con poca voglia di lavorare, pronto a fare baldoria

loch                 
stupido

lögia            
donna di malaffare, letteralmente scrofa

malmustus
sgarbato e scostante

malnatt          
ragazzaccio, monello, canaglia

maltràinsema  
scombinato e approssimativo

maltrainpee   
scombinato e approssimativo

matoch           
sciocco

martur           
credulone

mazzapiögg   
ozioso e trascurato

menafregg     
facile alla maldicenza, seminatore di discordia

mugnina         
uno che recrimina, lamentandosi in continuazione

narigiatt          
moccioso

paulott            
scapolo saccente

pelanda          
donna di malaffare

pelandrun     
ruffiano scansafatiche

pelebroch       
senza arte nè parte

pell de tambür
donna di malaffare

penagia         
donna di facili costumi

piaga               
uno che si lamenta per futili motivi

piattola

lamentoso fastidioso

piugiatt           
taccagno

puian               
sfaccendato

purscell           
sporco, ghiotto e lussurioso come un maiale

rüstegh           
zotico, volgare

schenafregia
fannullone

strascee          
chiassoso e disordinato come uno straccivendolo      

strolega          
spettinata e trasandata come una zingara

tarlüch            
duro di comprendonio

tossegh           
assillante, pesante da sopportare

troia                 
donna di facili costumi

uruch               
goffo e stupido

vaca                
donna di facili costumi

vunciun           
uno che non pulisce dove ha sporcato


Caduti - Elia Martinoli, 28 anni

Racconta Natalina, classe 1927, cugina del tenente Elia Martinoli, caduto nella Seconda guerra mondiale

 

L’Elia era mio cugino e portava lo stesso nome di nostro nonno Elia.

 

Il nostro nonno Elia nacque il giorno di S. Patrizio, il 17 marzo, nel 1857.  Ebbe tre mogli e molti figli, di cui sopravvissero cinque figlie femmine - una era la Pierina, mia mamma - e un unico maschio: il primogenito, il Luisin. L'attività di famiglia, la latteria, garantiva un certo benessere e il Luisin, che ne era l'erede, aveva grandi progetti: aveva comperato il Cios e voleva costruirvi una casa nuova. Ma non ebbe fortuna: dei cinque figli, solo uno, l'ultimo, sopravvisse alla nascita. Sua moglie Pina dovette andare a Milano per far nascere l'Elia, nel 1915. E quell'unico suo figlio è proprio quel mio cugino, che morì in guerra nel 1943, a 28 anni.

 

Ecco la famiglia del Luisin in una foto di cent’anni fa: vi compare lo zio con il suo birocc, su cui stanno la moglie Pina e l'Elia da bambino.

In quegli anni abitavano nella grande casa di piazza, con il nonno Elia e la mia famiglia, e mandavano avanti la latteria situata al pianterreno, dove adesso ci sono i locali della Caritas. Il Luisin faceva anche il carrettiere e prendeva delle ciucche memorabili, nelle quali andava a gridare sotto le finestre del padre a proposito di una certa cambiale che - diceva - l'aveva costretto a firmare.

 

Il suo ragazzo, l'Elia, proseguì gli studi in collegio a Saronno. Divenne un bel giovane, serio ed affettuoso. Io era la più grande dei suoi cuginetti della porta accanto, abitavamo infatti porta a porta con la sua famiglia. Gli ero molto affezionata. Quando dovetti  interrompere la scuola, mi esercitavo nella lettura prendendo a prestito i suoi libri…
Ma non andava d'accordo col padre. Forse era il padre a non rispondere alle sue aspettative, forse era lui a sentirsi pressato dalle attese del genitore. Fatto sta che, contro il volere della famiglia, si arruolò nella Guardia di Finanza, si trasferì a Bolzano e lì si diplomò.

 

Allo scoppio della guerra fu mandato sul fronte russo. Sopravvissuto alla ritirata di Russia, si trovava a Bressanone al momento dell'armistizio, l'8 settembre 1943. Il 9 settembre, asserragliato in una scuola con il suo plotone, resistette ai tedeschi che intimarono la resa. Gli sparano, morì.

Giunse a casa la notizia. Il Luisin partì per Bressanone oppresso dal dolore, fors'anche dai sensi di colpa. Voleva riportare in paese la salma. Tornò senza esservi riuscito, in preda a una depressione terribile. Non solo era disperato per la sorte del suo ragazzo, ma raccontava di avere visto i treni di deportati diretti verso la Germania, di avere sentito nei vagoni sbarrati la migliore gioventù del Paese disperarsi, di aver osservato cadere dalle fessure dei vagoni sbarrati dei bigliettini scarabocchiati con mozziconi di matita, che la gente dei campi raccoglieva, annotando nomi ed indirizzi, per dare notizia alle famiglie della sorte di questi soldati lanciati verso un destino ignoto. E i contadini aiutavano come potevano, imbucando cartoline per le famiglie dei deportati e imbucando mele dentro i vagoni, attraverso i pertugi, per dare conforto ai soldati - era infatti la stagione della raccolta delle mele. Il Luisin tornò a Bedero annientato. Non riusciva più a vedere una luce, un futuro. Nè per sè, nè per la sua famiglia, nè per il Paese.

 

La guerra al fronte si trasformò in guerra civile e trascorsero gli ultimi anni. I più bui, i più divisivi.

Alla fine del '43 un giovanissimo cugino dell'Elia, il Mario, chiamato alle armi per la Repubblica di Salò, aveva disertato e si nascondeva nella soffitta di casa. Un giorno che i tedeschi stavano perquisendo tutte le case del paese, gli abitanti della casa di piazza aspettavano con terrore il loro turno, sperando che il Mario riuscisse a dileguarsi sui tetti. I nervi erano a fior di pelle. Quando arrivarono i soldati, però, qualcuno del paese chiese rispetto per quella famiglia, che aveva avuto un lutto recente: l'unico figlio morto in guerra. E così i tedeschi tralasciarono la perquisizione.

 

Poi, nella primavera del '45, venne la Liberazione e cominciarono, uno ad uno, attraverso mille peripezie e difficoltà, a tornare i prigionieri di guerra.

L'Elia giaceva a Bressanone in una fossa comune. Fu riesumato e ricomposto in una bara, per essere riportato alla famiglia, secondo il volere del padre.

Era buio e io ero sotto casa e stavo andando proprio dagli zii. Mi fermò un uomo chiedendomi indicazioni, mi spiegò che stava riportando la salma dell'Elia, caricata su un carro. Andammo a chiamare il prete, don Luis, che fece portare la bara in chiesa. Poi allestirono la camera ardente dove c'era la sala dei combattenti (prima era la Casa del Fascio, poi ci avrebbero aperto il circolo) e alla fine celebrammo il funerale.

 

I genitori dell’Elia non ressero il dolore. Il Luisin si impiccò nel suo Cios, sua moglie Pina era già a letto malata e gli sopravvisse di poco.
L'Elia riposa con i genitori nel cimitero di Bedero, unico dei tre Caduti della Seconda guerra mondiale. 

2 febbraio 2024, Natalina M.


Medaglia d’argento al valor militare, con la seguente motivazione:
“Ufficiale già decorato di medaglia d’argento al VM nella campagna di Russia 42-43 combattè con fermezza, valore e sprezzo del pericolo, animando i suoi Alpini con la parola e con l’esempio sino a che colpito mortalmente cadde pronunciando parole di fede all’indirizzo della Patria e degli Alpini"
Bressanone 8-9-1943

 

Bedero, paese di costruttori

Parto da una suggestione che mi viene dall'originale presepe di quest'anno, e da alcuni commenti letti a proposito sul sito: Bedero, paese di “costruttori”.

In effetti questa è la storia di tanti nostri antenati a partire dalla seconda metà dell'Ottocento, poi proseguita per i primi decenni del Novecento, da quando iniziò per tanti uomini del paese la migrazione stagionale al di là delle Alpi, in Francia, in Svizzera, sul confine tedesco, per alcuni anche più lontano.

 

Erano per lo più giovani, desiderosi di migliorare le proprie condizioni economiche, sfuggendo alla povertà, che la nostra agricoltura di montagna non permetteva di superare. Da questo punto di vista, anzi, l'orgoglio di avere “comprato” il proprio paese dall'Ospedale Maggiore di Milano non si era coniugato, per la maggior parte della popolazione di Bedero, con un aumento delle risorse collettive e individuali.

Nonostante il pregevole tentativo dei capifamiglia di dividere i lotti secondo criteri di equità e di giustizia, la frammentazione proprietaria che ne era seguita, moltiplicatasi già nel giro di una/due generazioni, aveva ridotto la disponibilità di risorse di molte famiglie, quasi tutte assai numerose.

 

Così i maschi giovani iniziarono a partire: se ne andavano in primavera per tornare verso la fine dell'autunno, in genere in piccoli gruppi, alla ricerca di nuove opportunità di lavoro. Quasi tutti si specializzarono nel mestiere di muratori, anche apprendendo all'estero nuove conoscenze e più moderne tecniche costruttive, che cercarono di applicare, nei loro ritorni periodici al paese.

 

Negli ultimi decenni dell'Ottocento ecco dunque Bedero allargarsi ben oltre il nucleo originario dei Bocc, da cui la maggior parte degli abitanti si allontana per nuove case, più confortevoli, che sorgono all'esterno, verso gli orti e la campagna: si formano nuovi rioni che prendono ciascuno una sua denominazione, Carbunisc, Carbulat, Burdunet. Una specie di “seconda cerchia di mura”, che mi ricorda le modalità di espansione dei comuni italiani dopo il 1000.

 

Nella costruzione delle nuove case lavorano interi nuclei familiari: partecipano anche le donne, spesso impegnate in lavori di fatica, come trasportare giù dalla montagna, nelle loro gerle, pesanti sassi. Spesso in un progetto comune si associano due, o più fratelli.

 

In molte famiglie di Bedero si conserva il ricordo di queste avventure, nei racconti orali dei più anziani, e in qualche foto d'epoca, ormai sbiadita.

Io posso raccontare qualche storia della mia famiglia tramandatami dai nonni, da mio padre, ed ancora talvolta riascoltata dall'ultima formidabile testimone d'epoca, mia madre, che si avvia a compiere, lucidissima, i suoi 97 anni.

 

Da mio padre viene il racconto di come sorse, a metà della via principale, rivolta verso la valle, la nuova casa dei due fratelli Valugani, Paolo e Giovanni Battista. Entrambi sposati, con numerosi figli, costruirono la loro casa in orizzontale, con ampi spazi ma ad un solo piano. La divisero poi in due parti simmetriche: quella di sinistra, volta a mezzogiorno, andò a Paolo, mentre quella di destra, volta a nord, fu di Giovanni Battista, detto Batistun per l'altezza, il mio bisnonno; entrambi vi vissero fino a tarda vecchiaia con la numerosa famiglia, e a loro succedettero i figli.

 


Negli ultimi decenni dell'Ottocento siamo comunque ancora in una fase “egualitaria” tra le famiglie, ciò che appare con anche più evidenza nella seconda storia che racconterò, quella della famiglia di mia madre e della casa di Carbulat.

Furono due fratelli Martinoli (in alto a sinistra nella foto di copertina), Prospero e Martino, mio bisnonno, a progettarla ed a realizzarla, negli anni '70/'80 dell'Ottocento, questa volta sviluppandola in verticale, su tre piani, appoggiata alla roccia, senza contare due grandi cucine situate a pianterreno.

 

Fu sempre in verticale che decisero di dividere la casa: la sinistra fu di Prospero, la destra di Martino; ciascuno di loro poteva contare, oltre alla cucina, su due stanze ciascuno nei tre piani superiori, sette stanze per ogni famiglia. In mezzo, come spazio comune, un grande luminoso corridoio, da cui partiva la bella scala di pietra grigia; anche alcuni servizi erano progettati in comune, come il grande forno del corridoio al pianterreno.

 

Nel costruire la loro casa i fratelli pensavano di certo ad un destino comune e ad una armonica convivenza, ma non andò così: mentre Prospero vi si stabilì e, sposatosi con Giovannina, ne ebbe numerosi figli, e vi visse fino alla morte, Martino, tornato in Provenza per lavoro, si innamorò, si sposò, ebbe figli e visse in Francia fino alla morte, senza mai tornare al paese.

 

Fu il suo unico figlio maschio, Adriano, mio nonno, che vi tornò, già adulto, e solo per obbligo del servizio militare, incappando nella Grande Guerra. A Bedero Adriano si sposò, due volte, e alfine riuscì a riportare la numerosa famiglia nella casa di Carbulat, ma solo nel secondo dopoguerra: né la convivenza tra due gruppi familiari vi fu così idilliaca come gli avi avevano immaginato.

 

Ed ecco che entrambe le case dei miei bisnonni, casa Valugani e casa Martinoli di Carbulat, sono oggi deserte...

 

Torno alla suggestione iniziale: Bedero, paese di “costruttori”, riportando qualche altra storia della mia famiglia, ascoltata dai miei genitori. Ci spostiamo nelle prime decadi del Novecento, ed ecco qualche memoria di fortune e disgrazie, di “vincenti” e di “perdenti”.

 

Mio padre ricordava suo zio Giuanin, Giovanni Martinoli, fratello di sua madre Maria: partito dal nulla, era diventato un abile e intraprendente costruttore. In Alsazia, vicino a Metz, si era ritrovato a ricostruire un intero borgo, dopo le devastazioni della Prima guerra mondiale. Aveva fatto fortuna: a testimonianza di ciò, si fece costruire una grande villa nella strada in discesa verso il cimitero, quella a fianco della villa Zamaroni. 

Proveniente da una famiglia di ben otto fratelli e sorelle, si sposò ma non ebbe figli: cercò dunque di aiutare i tanti nipoti. Mio padre raccontava che lo zio Giuanin, che morì ancora giovane, nel 1923, volle assegnare a ciascuno dei fratelli e delle sorelle una cifra consistente, 10.000 lire, e 500 lire ad ognuno dei nipoti.

 

Della famiglia Valugani, tuttavia, mio padre ricordava anche le disgrazie, anche i “perdenti”. Così uno zio paterno, Felice, detto Felizin: emigrato con suo padre a Basilea, morì giovanissimo, annegando nel fiume.

 

Dalle memorie di mia madre riguardanti la sua famiglia, traggo anche qui il ricordo di uno zio di successo: lo zio Stefen, Stefano Pelloli, marito di una sorella di sua madre, la zia Gianin. Avendo già alcuni elementi di istruzione appresi a Basilea, questi si era poi trasferito in Francia. Qui fece discreta fortuna costruendo case nella regione a nord di Parigi, spesso impiegando manovalanza proveniente da Bedero. Tornato in vecchiaia in paese, vi morì nella sua casa affacciata sulla piazza, già ricostruita con orgoglio con cemento e ferro (ed ora anch'essa vuota, abbandonata).

 

Questa non fu la sorte, purtroppo, di un altro suo zio, anch'egli marito di una sorella della madre, la zia Luzia. Placido Bordonetti, così si chiamava, già padre di due bambini e di un altro in arrivo, andato in Francia come muratore, ancora giovane vi si ammalò di polmonite e vi morì, lasciando in grande difficoltà la vedova e i suoi figli.

 

Ho voluto riportare alcuni frammenti di storia, ed alcuni frammenti di vissuto, tratti dai racconti uditi nella mia famiglia, prima che il passare del tempo li cancelli del tutto. Sono testimonianze del grande sforzo, collettivo e individuale, che generazioni di bederesi hanno compiuto per migliorare le proprie condizioni di vita, per trasformare il loro piccolo paese.

 

19 gennaio 2024, Maria Teresa V.

Immagini di una festa
di Sant'Antonio degli anni '70
Da un album fotografico
di Marisa B., che ringraziamo

Festa di omen

Domenica è festa in paese: è Sant'Antonio. Tocca ad altri più preparati approfondire la figura del Santo, mentre sulla devozione del paese a Sant'Antonio ha scritto pagine significative il nostro esperto di storia locale, Camillo Bignotti, ne L’eroico romanzo di Bedero Valcuvia. Io voglio invece raccontare quello che so sul significato laico della festa,  che sta scivolando via dal ricordo dei più, man mano che passano le generazioni.


A cavallo tra Ottocento e Novecento, Bedero è un paese di emigranti. C'è chi fa le valigie e parte definitivamente dal paese, mettendo su famiglia oltralpe. Ma, per la maggior parte, gli emigranti sono lavoratori stagionali impiegati nell'edilizia, che lasciano a Bedero la famiglia e partono a marzo per la Francia, la Svizzera e altri paesi del nord e dell'est Europa.  Nei mesi invernali, quando i cantieri edili si fermano, tornano a casa per qualche tempo.
Ho voluto vedere una citazione di questa fase storica nei muratori dello spettacolare presepe, realizzato in chiesa quest'anno: chissà se è davvero stata intenzione degli ideatori…


A casa gli uomini riprendono per un po' la vita familiare e magari mettono in cantiere il figlio successivo, quello che conosceranno al prossimo ritorno. Si occupano del taglio dei boschi e riprendono la vita di comunità: si incontrano, si scambiano le esperienze, progettano le nuove partenze. Al culmine di questo periodo di presenza degli uomini nel paese, cade la ricorrenza del Santo, che diventa l'occasione per grandi festeggiamenti: musica,
canti, libagioni, giochi. È la "festa di omen": non si chiama così perché vengono festeggiati gli uomini, ma perché sono gli uomini a festeggiare. Così come la “festa di donn" a fine settembre: le donne festeggiano alla fine della stagione agricola, visto che sono loro a portare avanti, con i vecchi e i bambini, il lavoro dei campi. A settembre il grosso è fatto, giungono a termine le gravidanze, ci si prepara al ritorno degli uomini. Anche in questo caso non è che si festeggiano le donne: sono le donne a festeggiare, tirando un attimo il fiato e  facendosi reciprocamente coraggio.


Queste cose me le ha raccontate mio padre, che è morto da più di vent'anni. Posso anche più o meno ricostruire il quando e il come. Anche lui emigrante, sentiva particolarmente questa festività e la viveva con passione ed entusiasmo. Erano gli anni Settanta, io ancora una ragazzina. Una sera, alla vigilia della festa, era ora di andare a dormire e mio papà non era ancora rincasato.
- Vai a cercarlo al circolo. Non vorrei che avesse bevuto qualche bicchiere di troppo…
Andai. Enza mi fece passare dietro il bancone e scendere giù in cantina. Vista l’ora tarda, per evitare le proteste del vicinato, aveva confinato laggiù il "bandin", che stava suonando davanti a un piccolo gruppo, accalcato attorno. Era infatti la tradizione: qualche elemento della banda che avrebbe suonato l'indomani concordava il repertorio e faceva un piccolo saggio la sera prima nel "santuario popolare, laico e interclassista del paese": il circolo (cito la fulminante definizione di Bruno Perazzolo, nel suo recente articolo sul presepe di Bedero).  Mia mamma aspettò inutilmente il nostro ritorno, perché mi fermai anch'io lì tra gli uomini, ad ascoltarli ed osservarli fino alle ore piccole, conquistata dall'allegria dei canti, dalla profondità della condivisione, dalla commozione dei ricordi. Credo di non avere più mai più  avvertito con quella intensità il senso di comunità del paese.

 12 gennaio 2024, Laura V.

Caduti - Mario Giuseppe Martinoli, 25 anni
Arriva la prima risposta al nostro appello, lanciato a novembre 2023 

Invio la scansione di qualche documento ritrovato relativo al soldato Mario Giuseppe Martinoli, che era il fratello della mia nonna Savina Martinoli. 

 

In famiglia era noto come "zio Giuseppino" nato il 23 aprile 1892 e morto il 28 dicembre 1917, a causa di un incidente: il suo mezzo, scivolato sul ghiaccio, è finito in un burrone ed è morto sul colpo. Altro non so perché sia chi l'ha conosciuto, sia chi poteva avere sentito altri aneddoti, non ci sono più.

 

2 gennaio 2024, Laura M. - Busto Arsizio