Nel passato
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Fare memoria non significa contemplare la brace, ma alimentare la fiamma
Festeggiamo il 25 aprile, festa della liberazione dal nazifascismo
La foto ritrae mio padre Emilio, classe 1920, nel 1945.
Ha vestito la divisa militare dall'11 marzo 1940 al 9 agosto 1945.
Il foglio matricolare di Emilio
Due date, due punti di un percorso di vita. Nel mezzo, dopo sei mesi di naja, c’è la discesa nel baratro della guerra. E dopo tre anni di guerra, ancora più giù nella degradazione della prigionia. Fino alla liberazione e alla risalita.
Un articolo sulla "Cronaca Prealpina" del dicembre 1940
Cercherò di non sprecare parole, lui non ne sprecò mai.
Dalla leva alla guerra, dal fronte occidentale a quello greco-albanese, all’indomani dell’8 settembre 1943 fu fatto prigioniero dai Tedeschi. Chiusi nella tradotta, al passaggio, i soldati italiani comunicavano in qualche modo con i civili. Infilavano bigliettini con l’indirizzo di casa nelle fessure e le persone là fuori, solidali, li raccoglievano e mandavano messaggi alle famiglie.
Anche Emilio, il cui nome nella confusione fu inteso come Amelio.
La cartolina ricevuta dalla famiglia di Emilio
Verona, 28-9-1943
Carissimi tutti, sono andata a Rovereto a trovare un mio parente e ho veduto anche il vostro Amelio. Stavano per partire per l’Austria, Innsbruch. Non abbiate pensiero, che sta bene e non sono trattati male. Mi disse di scrivervi e di salutarvi tutti. Appena potrà egli vi scriverà. Intanto state tranquilli, che Dio metterà fine a tanti mali ed i nostri cari soldati ritorneranno alle loro famiglie. Speriamo e preghiamo venga presto il giorno. Nella lieta speranza vi saluto e vi auguro ogni bene.
Tina Filippi
Via Scrimiari 32 Verona
Che il cielo vi benedica
La destinazione finale di mio padre fu il campo Stalag IIIA di Luckenwalde, 40 km a sud di Berlino.
IMI, Internato Militare Italiano n. 105470.
Gli IMI non erano prigionieri di guerra, poiché non erano stati catturati in combattimento. Fino al 7 settembre alleati dei Tedeschi, l’8 settembre 1943 furono fatti prigionieri come traditori, a seguito dell'annuncio dell'armistizio da parte del primo ministro d'Italia, Pietro Badoglio. Non godevano delle tutele della convenzione di Ginevra. Come i russi, del resto, perché l’URSS non aveva firmato la convenzione. Gli uni e gli altri in balia dei carcerieri.
Il campo di prigionia Stalag IIIA
Quando Mussolini ricostituì a Salò la Repubblica Sociale Italiana, fu prospettata agli IMI dello Stalag III A, come a tutti gli altri, la possibilità di affrancarsi dalla prigionia arruolandosi nell’esercito della RSI. Prima si agì con le lusinghe: niente. Poi si continuò con le minacce, si arrivò a simulare una decimazione: non ci fu mezzo di ottenerne l’adesione. Le eccezioni furono rarissime.
Mio padre, Internato Militare Italiano n. 105470, fu uno dei tanti che disse NO al Duce e a Hitler. Furono in seicentomila a resistere alle pressioni, ai morsi della fame, alle umiliazioni. Ma con l’ostinazione dei disperati continuarono a dire NO alla guerra, a rifiutarsi di continuare a combattere per il nazifascismo.
Il primo lasciapassare
Perché seicentomila uomini di varia estrazione, origine e livello culturale - cioè a dire qualcosa come un sesto dell'intero esercito italiano - che tutti insieme, quali che ne siano le ragioni, dicono un NO determinato all'incarnazione del male più orripilante del tempo in cui vivono e come conseguenza scontano senza tentennamenti la deportazione e il lager, be’, sono una grande e forte storia da raccontare e, la si fosse potuta ascoltare, dopo la fine della nottata, forse noi italiani avremmo avuto e avremmo un rapporto più lucido e consapevole con il nostro passato fascista e con il nostro presente democratico.
Paolo Colombo - “Un sogno così” - Feltrinelli 2024 - p. 60
Il permesso di lavoro
Nell’ultimo periodo di prigionia, la necessità di manodopera obbligò i tedeschi ad impiegare gli IMU in attività produttive. Mio padre ebbe un lasciapassare che gli consentiva di uscire dal campo e di andare al lavoro in fabbrica. Questa maggiore libertà di movimento attenuò la sofferenza, qualche espediente gli consentì di nutrirsi, di riacquistare le forze e la speranza.
La retribuzione in buoni spesa
Nell’aprile 1945 fu liberato. Arrivavano le avanguardie russe, i Tedeschi si davano alla fuga e il campo di prigionia restò senza presidio per qualche ora. Mio padre e alcuni suoi compagni di avventura scapparono, vagarono dubbiosi, infine decisero di non consegnarsi. Erano in dodici, tra i venti e i trentacinque anni, operai, meccanici, impiegati. C’erano anche un fabbro e un pescatore. Di provenienza varia: nord, centro, sud Italia.
Elenco dei fuggitivi
Attraversarono la Germania a piedi, fortunosamente, e arrivarono al Brennero, dove furono soccorsi dalla Croce Rossa e trasportati con camion alle varie destinazioni; mio padre a Varese.
Percorse l’ultimo tratto sul tramino della Valganna e il controllore voleva farlo scendere perché non aveva comperato il biglietto: vennero quasi alle mani. Arrivò a Ganna e mandò un conoscente incontrato per caso ad avvertire la mamma, perché la sua comparsa improvvisa non fosse una scossa emotiva eccessiva.
Il tramino in Valganna
Era tempo di fienagione, mia mamma vi era impegnata. Ricorda che vide una piccola folla scendere dal paese per andargli incontro. Fu uno dei primi a tornare dalla prigionia tedesca, a giugno era già a casa. La povera nonna Main aveva quattro figli, tre in guerra: li vide tornare uno a uno nel ’45 e morì l’anno dopo.
Assegnazione del CNL agli IMI reduci
Emilio fu sempre, cocciutamente e anacronisticamente, favorevole alla leva obbligatoria. Perché quando a combattere sono soldati di varia estrazione, origine e livello culturale, quando sono espressione di un intero popolo - sembra di sentirlo argomentare -, quando in seicentomila dicono NO alla guerra, ebbene: quella guerra non può continuare.
Il biglietto per l'Argentina
Nel 1947 cercò fortuna in Argentina. Sulle prime si sentì nella “terra promessa”, c’era cibo in abbondanza - pane bianco, zucchero, carne - alla portata di tutti e senza razionamento: per chi aveva a lungo sofferto la fame sembrava una cuccagna. Ma alla scadenza del contratto non lo volle rinnovare, decidendo di rientrare in Italia. Con Peron in ascesa sentiva odore di regime, ci era già passato e non voleva ripetere.
Mio padre fu sempre risolutamente antifascista. Quel NO a Mussolini e alla sua guerra, che espresse insieme ai seicentomila IMI, fu un punto di non ritorno.
24 aprile 2026, Laura V.
Nella foto di copertina compare la donna che a buon diritto dovrebbe essere ricordata come la benefattrice dell’asilo. È Giacomina Ossola, ritratta con il marito Giovanni Martinoli.
Si legge sullo statuto dell’istituzione:
L’associazione Scuola Materna Zamaroni-Martinoli trae la sua origine dalla cospicua donazione della Sede dell’istituto dai sig.ri Zamaroni Giovanni e Martinoli Giovanni Massimo (...) atto in data 08.01.1925 rogato Notaio Ambrogio Reggiori di Varese.
Ma come potè Martinoli Giovanni Massimo effettuare la donazione nel 1925, se morì nel 1922? Siccome è un prozio, nelle carte di famiglia conservo l’immaginetta commemorativa.
Ed ecco la risposta. A fare la donazione, a fianco dello Zamaroni, fu la vedova dello zio Giovanni: Giacomina Ossola. Questa è la trascrizione della minuta dell’atto.
I sottoscritti Zamaroni Cav. Giovanni e Ossola Giacomina vedova Martinoli, in memoria del compianto suo Marito Martinoli Giovanni, all’intento di regolarizzare in modo legale la posizione di diritto e di fatto dell’Asilo Infantile di Bedero Valcuvia, fanno colla presente offerta di transazione al codesto Comune del fabbricato dell’Asilo stato costrutto su terreno in mappa al n. 1055 dal sottoscritto Zamaroni Cav. Giovanni col defunto Martinoli Giovanni e col concorso della somma di L. … fatta a detto scopo, offerta dall’onorevole defunto.
E tale donazione viene fatta all’esposta condizione che l’Asilo Infantile abbia ad essere eretto in Ente Morale nel termine più breve possibile ed in ogni modo non oltre un anno dall’accettazione della presente.
E l’Asilo erigendo abbia a portare il nome dei benefattori.
Ed è per questo che l’asilo si chiama Zamaroni-Martinoli.
Perché non Zamaroni-Ossola?
Lo zio Giovanni era un costruttore. Lo si riconosce nelle fotografie dell’epoca, mescolato ai lavoranti, per il vestito elegante e la posa decisa, con le mani sui fianchi.
Il suo ultimo impegno, nello stesso periodo in cui si occupò “dell’Asilo erigendo”, fu la ricostruzione di Manhoue, in Francia (Lorena) dopo la distruzione della Prima guerra mondiale.
Giacomina Ossola fu partecipe delle imprese del marito, assumendo un ruolo organizzativo e amministrativo nell’impresa. Era presente sul cantiere e costituiva un riferimento per le numerose maestranze bederesi, uomini e donne.
Nell’immagine che ritrae le lavoratrici compare anche lei, accanto a Giovanni, con il solito abito elegante, e alla sua bicicletta.
Nella decisione di destinare all’asilo una cospicua parte dei suoi averi testimoniò il suo vivo interesse per il paese e per il bene comune.
Al tempo era una donna ancora giovane, forte e volitiva. Convolò a nuove nozze ed ebbe in seguito un’altra storia e un’altra vita. La sua bella casa, nota come villa Martinoli, mutò nome in villa Valentini, dal nome del secondo marito.
Perché non villa Ossola?
Perché non l'asilo non si chiama Zamaroni-Ossola?
Perché non la casa non si chiama villa Ossola?
Ovviamente si tratta di domande retoriche.
Cent’anni dopo, col pretesto della ricorrenza dell’8 marzo, rendiamo omaggio a Giacomina, una coraggiosa donna bederese.
8 marzo 2026, Laura V.
Anno scolastico 1969-70. La pluriclasse di Bedero funziona in formazione ridotta perché i bambini di quarta e di quinta, per quest’anno e alcuni anni successivi, sono stati dirottati a Cunardo, dove vengono accompagnati e ripresi dal signor Vincenzo Belfiore, che guida un pulmino Volkswagen del Comune.
Quest’anno si sono infatti intrapresi importanti lavori di rifacimento del palazzo comunale, che verrà innalzato di un piano, per far posto a due aule scolastiche. Così si passerà da una sola pluriclasse a due. Con la formula dei due gruppi misti per età e due maestre, la pluriclasse resterà poi attiva fino all’inizio degli anni ’90.
Se cercate bene, potete trovare Bruna, Cesarino, Gian Michele, Giovanna, Livio, Massimo, Mauro, Patrizia, Teresina, Valeria e Dario - che ci ha regalato queste due emozionanti foto.
Mariella? Forse è ammalata.
Chi ancora manca all’appello? Chi lo sa, risponda!
È sempre Dario a dedicare un ricordo affettuoso alla maestra Lucia Barisciano, che ha insegnato con pazienza a lui, mancino, ad utilizzare la mano destra.
20 febbraio 2026, Dario L. ha dato foto, informazioni e ricordi
La storia di un porcellino, primo premio della lotteria alla festa di Sant’Antonio Abate
Correvano i primi anni '60 del secolo scorso, per la lotteria della festa patronale di Sant’Antonio si proponevano ancora molti premi in natura e tra questi anche animali vivi come galline, tacchini, conigli, caprette, agnelli e pecore ed un bellissimo maialino. Questi animali venivano sistemati in un rifugio provvisorio di fianco al monumento ai Caduti in piazza Vittorio Veneto, ben visibili a chiunque di lì passasse.
A metà pomeriggio della festa patronale, per motivi non ben chiari, il maialino riuscì a fuggire dal recinto e si mise a correre verso la via Cunardo. In quegli anni la strada non era asfaltata, era una strada bianca.
Un gruppo di bambini che si trovava in piazza - tra loro c'ero anch'io - iniziò a rincorrerlo, ma non era cosa facile fermarlo e, soprattutto, prenderlo. Fortuna volle che un signore adulto presente alla scena pensò bene di seguirci con la sua autovettura, una FIAT 1100.
La fuga non fu breve, come avevamo inizialmente ipotizzato. All’altezza della linea Cadorna o strada delle trincee, il maialino deviò ed iniziò a percorrerla, alternando momenti di corsa lenta a momenti più veloci. Le zampette cominciavano a ferirsi per i sassi appuntiti della strada. Ad un certo punto decise di far ritorno sul percorso verso Cunardo e corse fino all’attuale rotonda in prossimità del bar Tre valli, che allora era soltanto uno slargo senza alcuna barriera.
A quel punto il maialino era stanco e noi bambini eccitati nella rincorsa. Decidemmo di accerchiare la povera bestia, abbassandoci in modo tale che, se avesse tentato di uscire dal cerchio, qualcuno di noi avrebbe cercato di prenderlo per le orecchie.
Detto fatto. Il maialino puntò verso di me e riuscii ad afferrarlo per le orecchie e a fermarlo tra le mie gambe. Ora come avremmo fatto a riportarlo a Bedero?
Per fortuna quel signore che ci aveva seguito con la sua autovettura intervenne. Gli legammo le zampette e di peso lo posammo nel baule dell’auto riportandolo “a casa”.
Al ritorno in piazza mi aspettava una sorpresa. Mio padre aveva acquistato l’ultimo numero della lotteria e, con mio grande stupore, il maialino lo aveva vinto proprio lui!
Fu una giornata memorabile e divertentissima che ancora oggi, a distanza di tanto tempo, ricordo con gioia.
23 gennaio 2026, Alfonso L.